Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Fisco, le proposte dei partiti: dalla flat tax "incrementale" di FdI alla "patrimoniale" del Pd

Ecco i primi progetti, molti ancora da dettagliare. Con la grande incognita delle coperture finanziarie

Fisco, le proposte dei partiti: dalla flat tax "incrementale" di FdI alla "patrimoniale" del Pd
di Luca Cifoni
7 Minuti di Lettura
Venerdì 12 Agosto 2022, 00:18 - Ultimo aggiornamento: 19:05

Il fisco è tradizionalmente un campo di battaglia elettorale tra i partiti. Alcune campagne sono passate alla storia, come quella vincente di Berlusconi nel 2001, all’insegna del “Meno tasse per tutti”. Proposito poi attuato solo in parte. Molte delle proposte di questi giorni devono ancora essere dettagliate; le forze politiche sono rimaste finora abbastanza sul vago a proposito delle coperture finanziarie necessarie per rendere credibili le ipotesi di riduzione del prelievo.

Tasse, tutte le scadenze di agosto: ecco il calendario da consultare prima delle vacanze

Flat tax al 15 o al 23%. Le proposte di Lega e FI: per i conti pubblici un costo di 60 miliardi

Lega e Forza Italia hanno parlato di due diverse forme di flat tax con una sola aliquota: rispettivamente al 15 e al 23 per cento. Tuttavia queste ipotesi non sono confluite in quanto tali nel programma condiviso del centro destra e dunque restano essenzialmente proposte dei due partiti. Nel primo caso in realtà si tratta di un progetto più articolato, che prevede in una prima fase livelli differenziati di tassazione in base al reddito non individuale ma familiare (concetto a sua volta problematico perché in passato rigettato dalla Corte costituzionale). Quanto alla proposta più volte enunciata da Silvio Berlusconi, oltre all’aliquota del 23% prevede una deduzione fissa di 12 mila euro dal reddito (individuale) che garantirebbe un prelievo reale ancora più basso per i redditi meno elevati. Rispetto alla situazione attuale i maggiori vantaggi - in proporzione - sarebbero per i contribuenti con imponibile più alto. Secondo calcoli degli economisti Massimo Baldini e Leonzio Rizzo riportati sul sito lavoce.info entrambe le proposte comportano un ammanco di gettito su base annuale di 58-60 miliardi.
 

Flat tax “incrementale”. L’idea di Fratelli d’Italia: prelievo molto basso sugli aumenti di reddito

Dal punto di vista dei costi per il bilancio dello Stato la proposta di Fratelli d’Italia di una “flat tax sui redditi incrementali” appare decisamente più sostenibile rispetto a quelle dei due partiti alleati, anche se i contorni precisi del progetto - che è stato inserito nel programma ufficiale del centrodestra - sono ancora da definire. L’idea di fondo è dividere in due fasi la tassazione Irpef: con la prima verrebbero applicate le normali aliquote progressive, mentre scatterebbe un prelievo molto più basso sulla quota di reddito in più conseguita in un anno rispetto ai precedenti. Facciamo un esempio: un lavoratore dipendente il cui reddito passasse da un anno all’altro da 30 mila a 33 mila euro, sui 3 mila in più pagherebbe invece dell’attuale aliquota marginale effettiva (che supera il 43 per cento una) percentuale fissa, non ancora ufficialmente precisata. Se - solo per fare un’ipotesi - fosse uguale al 10 per cento dell’imposta sostitutiva già prevista in passato per gli incrementi retributivi legati alla produttività, allora il risparmio nel caso specifico sarebbe di circa 1.000 euro.

Imposta sui consumi. Forza Italia e Di Maio: zero Iva su pasta e pane. Dubbi sullo sconto reale

L’azzeramento dell’Iva sui beni di prima necessità come pasta o pane, in pratica quelli attualmente tassati al 4 per cento, è un’idea già balenata negli ultimi giorni del governo Draghi, quando era in preparazione il decreto Aiuti bis da poco pubblicato in Gazzetta ufficiale. Lo schema messo a punto al Mef su spinta della Lega prevedeva appunto la cancellazione dell’attuale aliquota del 4 per cento per una serie di prodotti e il dimezzamento di quella al 10 per cento che si applica su altri generi alimentari, come la carne. Ora questa proposta viene rilanciata in chiave anti-inflazione da Forza Italia e anche da Impegno Civico, la formazione politica fondata da Luigi Di Maio. Al di là del costo per il bilancio dello Stato, che dipende dal perimetro esatto dello sconto e dalla sua durata nel tempo, la principale obiezione riguarda la possibilità che gli esercenti non trasmettano, o trasmettano solo in parte il beneficio ai clienti finali, aumentando quindi i prezzi all’interno dello “spazio” creato dalla riduzione dell’imposta sul valore aggiunto.
 

Taglio dei contributi. Il Pd: ai lavoratori un mese di stipendio aggiuntivo. Servono almeno 11 miliardi

«Un mese di stipendio in più» è lo slogan scelto dal Partito democratico per illustrare la propria proposta di riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente. Più precisamente l’idea è tagliare in modo permanente i contributi previdenziali che pesano sulla retribuzione lorda dei lavoratori, realizzando per questa via un aumento del netto in busta paga. La scelta di agire sui contributi piuttosto che sulle aliquote Irpef deriva dal fatto che i dipendenti con reddito più basso pagano già un’imposta molto ridotta (o nulla) e dunque non avrebbero “spazio” per avvantaggiarsi ulteriormente. Naturalmente lo Stato dovrebbe garantire figurativamente i contributi non versati dal lavoratore, per evitare una riduzione della sua pensione futura. Quanto costerebbe alle casse dello Stato la mensilità in più? Una proposta abbastanza analoga del Centro Studi Confindustria ipotizza un taglio di 5,24 punti di cui 3,49 a beneficio del lavoratore e 1,75 del datore di lavoro. Questo schema vale circa 16 miliardi; la sola parte che va a beneficio del lavoratore inciderebbe sul bilancio dello Stato per 10,7 miliardi.

Tassa di successione. L’ipotesi dei democratici: una “patrimoniale” sulle eredità oltre i 5 milioni

Riprendendo una proposta già avanzata in passato, Enrico Letta ha ipotizzato un incremento della tassa di successione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro, finalizzato all’istituzione di una dote per i giovani neomaggiorenni. Attualmente nel nostro Paese la tassa di successione è applicata - per i trasferimenti al coniuge o ai parenti in linea retta - con una franchigia di un milione di euro: sulla parte di patrimonio che eccede per ciascun beneficiario questa soglia si paga il 4 per cento. Per i trasferimenti tra fratelli e sorelle è dovuto invece il 6%, con una franchigia di 100 mila euro. Il Pd vuole far scattare un prelievo del 20 per cento sulla parte eccedente i 5 milioni, lasciando invariate la franchigia di un milione e le attuali aliquote. Non sono stati quantificati i maggiori introiti per lo Stato, che rischiano di essere esigui. L’obiettivo come accennato è finanziare un assegno da 10 mila euro da riconoscere ai diciottenni sulla base del reddito familiare. La somma dovrà essere destinata alle spese per la propria casa oppure per il proseguimento degli studi o ancora per avviare un’attività lavorativa.

Esenzione ai giovani. Il Terzo Polo: Irpef ridotta o azzerata fino a 29 anni. Un impegno da 5 miliardi

Il terzo polo nato dall’alleanza tra Calenda e Renzi si è appena costituito e dunque dovrà formalizzare nelle prossime ore le proprie proposte. In materia di tributi il programma - in linea con quanto proposto in passato da Azione - dovrebbe comunque guardare in modo particolare ai giovani. Ad esempio con l’idea di una detassazione totale per i contribuenti con meno di 25 anni e al 50 per cento per quelli fino alla soglia dei 29. Questa misura secondo gli stessi proponenti costa 5 miliardi di euro l’anno. Inoltre i giovani al di sotto dei 35 anni che avviano un’attività imprenditoriale avrebbero comunque la garanzia di non pagare tasse per i primi tre anni e di posticipare tutti gli adempimenti fiscali.
Per l’imposta sul reddito si prevede poi una area di esenzione totale di 10 mila euro. Al di sotto di questa soglia di reddito annuo l’Irpef non sarebbe dovuta, mentre al di sopra si pagherebbe solo per la parte che eccede i 10 mila euro. Attualmente l’effettivo livello di esenzione Irpef è diversificato in base al tipo di reddito: per i dipendenti arriva fino a circa 8.150 euro l’anno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA