Fine vita, l'obiezione dei medici: «Non saremo dottor Morte»

Venerdì 27 Settembre 2019 di Maria Lombardi

«Obiettore». Il cardiologo del San Giovanni esce dal reparto, stetoscopio in tasca, e si schiera contro una legge che ancora non c'è. «Ma questa sentenza apre una breccia, è il primo passo per l'eutanasia». Non si parla d'altro negli ospedali romani, dal San Camillo a Tor Vergata all'Umberto I, il giorno dopo la decisione della Consulta di assolvere chi ha aiutato dj Fabo a morire in Svizzera. I medici discutono e si dividono, chiedono una legge sul suicidio assistito - sollecitata dai giudici costituzionali - e in molti sono già pronti a tirarsi indietro. «Sentenza giustissima. Il rischio, quando ci sarà una legge, è che tantissimi medici saranno obiettori rendendo così impossibile l'applicazione delle norme». Luciano Cadelaro, chirurgo d'emergenza del Dea del policlinico Umberto I di Roma, fa una stima. «Tra il 75 e l'80 per cento dei colleghi diranno no per questioni morali, ideologiche e religiose ma soprattutto perché non vorranno essere additati come i dottor Morte».
 

C'è davvero questo pericolo? «Sì, potrebbe esserci. Pur essendo favorevole a una legge che garantisca il suicidio assistito, ma solo a determinate condizioni, onestamente mi porrei qualche problema a diventarne uno strumento», Mario Bosco è il direttore del reparto di Rianimazione dell'ospedale Santo Spirito. Ogni giorno a contatto con il dolore senza misura. Giusto assecondare la volontà di chi non ha più speranze e può solo sperare di non soffrire più? «Solo in presenza di condizioni devastanti e oggettive valutate da un punto di vista clinico», aggiunge il dottor Bosco. «Ci deve essere la garanzia che il paziente abbia meditato e valutato liberamente la sua scelta».
L'Ordine dei medici ha subito chiesto che a valutare sia un pubblico ufficiale, non i singoli sanitari. Le resistenze saranno tante, ammettono tutti. Senza conoscere i dettagli della sentenza, difficile giudicare, «tuttavia se fossi un medico rianimatore chiederei l'obiezione di coscienza», Francesco Russo è un chirurgo del policlinico di Tor Vergata. «Questa sentenza cozza con il giuramento di Ippocrate e la deontologia professionale. Più che i giudici, avrei preferito che fosse il legislatore a pronunciarsi per stabilire regole e limitare abusi che io prevedo frequenti e dolosi. E rispettare gli orientamenti religiosi degli operatori».

LE NORME
Una legge, quella sul suicidio assistito, non è più rinviabile. «Il vuoto legislativo pone gli operatori, indipendentemente dal fatto etico e morale, in una situazione di difficoltà», per il professore Francesco Torcia, ginecologo della Sapienza, «non si possono mettere i medici in prima linea senza dargli un supporto. Devono essere assistiti dal punto di vista legale e istituzionale da una persona adeguata». Un pubblico ufficiale, come richiesto dal presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici Filippo Anelli. Cos'altro dovrebbe prevedere la legge? Almeno questi quattro punti, secondo Monica Rocco, professore ordinario di Anestesia e rianimazione alla Sapienza: «La possibilità per i medici di dichiarare la propria obiezione di coscienza e quella per qualsiasi specialista di mettere in atto la procedura. Inoltre, dovrebbe prevedere una commissione per valutare se la richiesta del paziente sia appropriata. E infine che la procedura sia a carico del servizio sanitario nazionale e non gestita da organizzazioni profit».

Qualcuno obietta: ci fossero cure palliative, per alleviare il dolore, adeguate e per tutti non ci sarebbe bisogno di ricorrere al suicidio assistito. Claudio Cartoni è un ematologo palliativista: «Sono favorevole alla sentenza della Consulta e non vedo alcun rischio di abuso, visti i limiti specifici posti dalla Corte, alle condizioni che danno diritto all'accompagnamento al suicidio. La carenza di un adeguato supporto alle cure palliative può essere la causa di ricorso inappropriato alla richiesta di suicidio assistito. Ciò nonostante, esistono condizioni di sofferenza protratta nel tempo, con perdita di dignità umana, verso le quali anche le cure palliative sono impotenti».
Si parla tanto di dignità della vita, «ma nessuno considera che c'è anche la dignità della morte», Gianmattia Mastrojanni, rianimatore al San Camillo. «Sono convinto che nessuno possa essere privato della possibilità di scegliere come morire. E noi medici siamo obbligati ad alleviare la sofferenza dei pazienti fino alla sedazione compassionevole. La sentenza è opportuna nel principio tuttavia può essere un'arma pericolosa. Da medico cattolico non accetto che chiunque si preoccupi di affrontare il problema del percorso di fine vita sia considerato in contrasto con i dogma della chiesa».
 

Ultimo aggiornamento: 13:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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