Eurogruppo, Le Maire e Gualtieri: debito Ue condiviso o non si firma

Martedì 7 Aprile 2020 di Antonio Pollio Salimbeni
Eurogruppo, Le Maire e Gualtieri: debito Ue condiviso o non si firma

Una batteria anticrisi completa, che offra anche una prospettiva per l'economia e per la politica europee? O una risposta schiacciata sull'immediato? Questa è la posta della riunione dell'Eurogruppo di oggi alla quale partecipano pure i ministri finanziari non euro. La questione è oltremodo semplice: si tratta di decidere se inserire o meno nell'armamentario europeo l'emissione comune di obbligazioni a 15-20 anni per finanziare la ripresa economica con una visione di lungo periodo. Cioè si tratta di fare, sotto emergenza sanitaria ed economica globale, ciò che nella Ue non è mai stato fatto. Condividere il debito, sia pure eccezionalmente e per un obiettivo limitato, sarebbe un salto epocale ed è per questo che i giochi sono tutti aperti. L'esito è altamente incerto. A Berlino si pensava che bastasse aver mollato la presa sulla stretta condizionalità dei prestiti del Meccanismo europeo di stabilità: la parola d'ordine del ministro delle finanze Scholz «niente Troika questa volta» era l'ultimo tabù superato dopo il patto di stabilità con le regole di bilancio nel freezer. Ancora ieri la cancelliera Angela Merkel ha evocato lo spirito della grande e forte Europa, ma si è limitata a ribadire l'impegno a usare il Meccanismo europeo di stabilità (almeno 240 miliardi sui 410 miliardi disponibili) per prestiti a condizioni light e il piano antidisoccupazione appena proposto dalla Commissione (100 miliardi). Di coronabond o simili neppure, l'ombra, nonostante a Berlino vi siano anche altre opinioni.

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Ci sono poi i 200 miliardi della Bei per le imprese e abbiamo i tre «pilastri» dell'azione finanziaria europea (oltre a quella della Bce) sui quali c'è accordo. Sul Mes ci sono le resistenze dell'Italia (fumo negli occhi per il M5S), tuttavia esse dovrebbero cadere se il quarto «pilastro» entrasse con certezza nel menù europeo, indica più di una fonte (non italiana).

La riunione di oggi si preannuncia molto difficile. Non è detto che i ministri troveranno un accordo. In ogni caso i 27 leader dovranno occuparsene direttamente in un caso o nell'altro. Il ministro delle finanze francesi Bruno Le Maire ha annunciato che «un accordo sta emergendo sui primi tre livelli della risposta europea ma non è abbastanza, spero si apra la porta a questo strumento per la risposta globale alla crisi ». La Francia indica che non accetterà un pacchetto senza misure a sostegno del rilancio economico: «Non dobbiamo fare l'errore di dieci anni fa, gli stati devono ripartire alla stessa velocità, non possiamo ritrovarci dopo la crisi in situazioni di profonda divergenza tra le economie». È illusorio pensare di avere tempo. Ne ha parlato l'ex premier Romano Prodi ieri: se la risposta non è veloce «la caduta dell'economia sarà cosi forte che i mezzi per contrastarla non basteranno». Inoltre è anche in gioco il ruolo strategico della Ue: «Se l'Europa fosse una forza unita potrebbe ben stampare banconote».

LA STRADA
La proposta francese deriva da quanto indicato da 9 leader europei (tra cui Conte, Sanchez e Macron) in una lettera alla Ue in cui chiedevano, appunto, uno strumento comune di debito europeo. Le Maire ne ha precisati i contorni: dimensione finanziaria pari al 3% del pil complessivo, circa 420 miliardi di euro; garanzia comune, in solido tra gli Stati ma, per superare le resistenze tedesche e dei nordici, si può ripiegare sulla garanzia nazionale in proporzione al pil (ciascuno stato risponde per propria parte). Il debito sarebbe rimborsato con nuove risorse (viene citata l'Iva). Il fondo «deve finanziare il rilancio dell'economia, gli investimenti, non la spesa corrente, durerebbe 5-10 anni. Non si tratta di decidere adesso gli aspetti tecnici per i quali ci si può dar tempo due-tre mesi, «ma è decisivo faccia fin d'ora parte della risposta europea: è una mutualizzazione del debito futuro con un obiettivo definito, non una mutualizzazione del debito passato». I contributi agli Stati finanzierebbero servizi pubblici di prima necessità (ospedali); filiere industriali minacciate dalla crisi (aeronautica, auto, turismo, trasporto aereo); sviluppo nuove tecnologie per competere con Usa e Cina.

Il fronte a favore conta 12-13 Stati: oltre ai 9 della lettera (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Slovenia, Lussemburgo, Belgio) già dieci giorni fa avevano espresso orientamento simile Slovacchia e i paesi baltici. Olanda, Austria e Finlandia nettamente contrari. Il governo tedesco è contrario nonostante nel paese ci sia un gran dibattito. Non è secondario che la Bce sia a favore di un coronabond perché ne alleggerirebbe l'esposizione sui mercati. L'ultima indicazione è che Berlino preferirebbe temporeggiare rinviando la decisione sul «quarto pilastro» all'autunno. Il boccone resta indigeribile.
 

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