La Consulta contro l'ergastolo duro: «Permessi anche a chi non si pente»

La Consulta contro l'ergastolo duro: «Permessi anche a chi non si pente»
di Claudia Guasco
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Giovedì 24 Ottobre 2019, 08:18

È una violazione della Costituzione negare permessi di uscita dal carcere a mafiosi che si rifiutano di collaborare con la giustizia. A una condizione: devono sussistere elementi tali che escludano collegamenti con la criminalità organizzata. Lo ha deciso la Corte costituzionale, che pronunciandosi sul caso di due detenuti ha aperto un varco nel muro dell'ergastolo ostativo. Una sentenza di grande impatto, perché non riguarda solo i 1.250 condannati al fine pena mai, bensì anche chi è in cella per mafia, terrorismo, violenza sessuale aggravata, corruzione e in generale i reati contro la pubblica amministrazione che fino a oggi non potevano ottenere alcun beneficio penitenziario in considerazione della loro pericolosità sociale.


NUOVO PRINCIPIO
Dopo la decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, che l'8 ottobre ha bocciato il ricorso del governo italiano sostenendo che il carcere duro è un «trattamento inumano e degradante», ora la Consulta fissa un nuovo principio: la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio, purché il condannato abbia tagliato i ponti con gli ambienti criminali di riferimento. La Corte ha in particolare dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4 bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario «nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche qualora siano acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata». Fermo restando che il condannato abbia dimostrato resipiscenza e «abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo».

Pronunciandosi nel perimetro della richiesta dei giudici che hanno sollevato la questione, la Consulta ha quindi escluso solo i permessi premio alla generale applicazione del meccanismo «ostativo», secondo cui i condannati per i reati previsti dall'articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall'Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti. In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di «pericolosità sociale» del detenuto non collaborante «non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di Sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica». Al centro della sentenza vi sono i permessi premio che sono stati negati ai due ergastolani Sebastiano Cannizzaro e Pietro Pavone, che dopo essersi visti rifiutare il via libera a un incontro con i loro familiari hanno presentato ricorso alla Corte di cassazione e al tribunale di Sorveglianza di Perugia. I quali a loro volta, ritenendo la norma contraria alla funzione rieducativa della pena (articolo 27 della Costituzione) e al principio di ragionevolezza (articolo 3), hanno investito del caso i giudici della Consulta.

PRECEDENTE GIURIDICO
«Alla magistratura va restituita la possibilità di decidere», hanno sostenuto in udienza gli avvocati della difesa Valerio Vianello Accorretti per Cannizzaro e Mirna Raschi e Michele Passione per Pavone, chiedendo che anche a questi detenuti sia così data la possibilità di vedere «la luce alla fine del tunnel». E chiarendo che una pronuncia di illegittimità costituzionale non produrrebbe nessuna dei rischi che sono stati paventati: né un indebolimento delle collaborazioni di giustizia, né «un automatico accesso» di permessi premio da parte di mafiosi e terroristi. Che vengono sempre valutati singolarmente dal magistrato di Sorveglianza. Certo il verdetto della Consulta, che si limita ai permessi premio, crea un importante precedente per la richiesta di altri benefici penitenziari. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha immediatamente dato indicazione agli uffici del ministero di mettersi subito al lavoro per analizzare le possibili conseguenze: «La questione ha la massima priorità», afferma il ministro. «Cercheremo di smontare la sentenza», assicura dall'opposizione Matteo Salvini. Mentre il segretario del Pd Nicola Zingaretti la definisce una decisione «un pò stravagante, non mi sento in sintonia con quanto stabilito». Il leader M5S Luigi Di Maio: «Per me i mafiosi restano animali, faremo di tutto affinché chi è in carcere con il regime di ergastolo ostativo ci rimanga».
 

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