Erasmus, Tinagli (Pd): «Non è una vacanza, ma l'occasione della vita. Così ha cambiato la mia»

Erasmus, Tinagli (Pd): «Non è una vacanza ma l'occasione della vita. Così ha cambiato la mia»
di Michela Allegri
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Giovedì 20 Maggio 2021, 07:31 - Ultimo aggiornamento: 07:33

Un'esperienza formativa, indimenticabile, «il più bel regalo che un genitore possa fare a un figlio è sicuramente l'Erasmus». Non ha dubbi Irene Tinagli, economista, eurodeputata al Parlamento europeo e vicesegretaria del Pd, che negli anni dell'università ha trascorso un periodo di studio in Danimarca, a Copenaghen.

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Onorevole, com'è stata la sua esperienza Erasmus?
«È stata un'esperienza formativa sotto tutti i punti di vista. Quando si va in Erasmus non c'è solo la dimensione universitaria da considerare, che comunque è un fattore importante perché si conoscono metodi di studio diversi e realtà internazionali, ma c'è una crescita personale enorme. Anche questo è un elemento formativo importantissimo, perché il giovane socializza e crea reti di relazioni con persone di altri Paesi. Si è portati a riflettere sulla propria vita guardando con distacco, perché si è fuori dall'ambiente familiare. In Erasmus si ha la possibilità di conoscere per la prima volta percorsi di studio e di professione diversi da quelli considerati fino a quel momento, perché c'è un allargarsi degli orizzonti».

Che consigli darebbe a un giovane che intende fare la stessa esperienza all'estero?
«Consiglio di farla assolutamente, con la mente aperta, con la consapevolezza che non è una vacanza, ma un passaggio importante per la propria crescita professionale, accademica, umana. Bisogna vivere l'Erasmus con l'intenzione di farlo diventare un momento formativo. Se uno parte con l'idea di essere in vacanza non serve a molto. Invece bisogna sfruttare al massimo le opportunità, seguire le lezioni in lingua straniera, conoscere persone di altri Paesi. Io ho fatto così ed è stata un'esperienza straordinaria. Se invece un giovane va lì e socializza solo con il gruppetto di italiani, frequenta solo le lezioni più facili, allora diventa limitante».

Avere studiato all'estero quanto incide sulla possibilità di trovare lavoro una volta finita l'università?
«Serve moltissimo, arricchisce il curriculum, lancia un messaggio al datore di lavoro, perché dà l'immagine di una persona che si sa confrontare con contesti nuovi, che sa meglio le lingue. Bisogna anche dire che ormai sono sempre di più i giovani che hanno esperienze internazionali, quindi chi non trascorre un periodo di studio o di lavoro all'estero parte nettamente svantaggiato»

Quanto ha influito l'esperienza Erasmus sulla sua carriera?
«Ha avuto un'influenza profonda non solo su come mi hanno vista gli altri, ma soprattutto su di me e sulle mie scelte. Quando uno va all'estero ha l'opportunità di misurarsi con esperienze e percorsi che magari non aveva valutato. Io, appena rientrata in Italia, ho capito che dopo laurea mi sarei voluta specializzare negli Stati Uniti. Avevo seguito dei corsi tenuti da professori americani che avevano una metodologia che mi aveva appassionata, quindi ho deciso che, prima o poi, avrei fatto un'esperienza post laurea negli Usa. Un obiettivo che prima non avevo nemmeno considerato. L'Erasmus mi ha aiutato a capire quello che volevo fare e ad impegnarmi per raggiungerlo».

Cosa direbbe a un genitore preoccupato per la partenza del figlio, o a chi sostiene che l'Erasmus sia una scusa per fare festa lontano da casa?
«Ai genitori direi che il modo migliore per fare crescere i figli e prepararli al mondo è dare loro fiducia e l'opportunità di misurarsi con un contesto di questo genere è il regalo migliore che possono fare loro. Niente può avere lo stesso contributo alla crescita. Qualche festa fa parte dell'esperienza. Non è una vacanza, ma nemmeno una penitenza. È un'esperienza complessiva dove si uniscono socialità e formazione. In Erasmus si va tra i 18 e i 22 anni, quando un giovane deve essere capace di gestire socialità e formazione in modo bilanciato».

Qual è il suo ricordo preferito?
«A Copenaghen, come tutti, mi spostavo sempre e solo in bicicletta. All'estero si imparano abitudini nuove e belle. Ricordo che nevicava tantissimo, andavo in bici sotto la neve senza il minimo sforzo, ero contenta, faceva parte dell'esperienza. Una piccola cosa che mi ha dato la dimostrazione di quanto siamo adattabili. Ero arrivata da un posto caldo e pieno di sole, mentre lì nevicava sempre. Un'esperienza che ti insegna tanto sulla resilienza e su quanto si possa essere felici in tanti luoghi e in tanti modi diversi».

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