Raggi e le Comunali a Roma, dai flambus ai rifiuti tramonta l’era di Virginia: persi 2 elettori su tre

Raggi, gestione flop delle emergenze Atac e Ama

Elezioni comunali, dai flambus ai rifiuti tramonta l era Raggi: persi 2 elettori su tre
di Mario Ajello
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Martedì 5 Ottobre 2021, 07:42 - Ultimo aggiornamento: 6 Ottobre, 18:24

Dalla «rivoluzione gentile» lanciata nel trionfo del 2016 alla violenza delle fiamme del Ponte di Ferro che simboleggiano ora la conclusione di una parabola e che valgono come falò delle illusioni perdute, lungo cinque anni di una sindaca vissuti come un’ininterrotta e bruciante sequela di difficoltà. Per lei e soprattutto per i romani. Si chiude il sipario sulla Raggi. La quale però (al momento terza) vuole ancora dare battaglia: «Non appoggerò nessuno al ballottaggio». Il che significa gelo nei confronti del Pd. E gran problema dentro M5S, perché mentre Conte manda segnali a Gualtieri e ai dem, promettendo loro appoggio, Virginia è di tutt’altro avviso e non è sola in questo umore fortemente anti Pd. Del resto lei accusa ancora, dopo aver rivendicato che «le periferie sono ancora dalla mia parte»: «Le corazzate di destra e di sinistra sono contro di me».

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Poi se ne va dal comitato elettorale, senza accettare domande. Lei ormai è fuori dalla partitissima. Roma doveva essere, nella strategia dei grillini l’antipasto della presa del potere in tutta l’Italia, e così è stato, ma è andata male su entrambi i versanti. Va reso l’onore delle armi alla sindaca, e guai a infierire su chi perde, ma la fine del raggismo non è arrivata perché lei è (autodefinizione) «un personaggio scomodo» nemica di mafie e malaffare dei partiti e nemmeno è dovuta alle vicende di Spelacchio o alle sue gaffe. No, la conclusione di questo esperimento al grido «il popolo siamo noi» è connessa alle condizioni di vivibilità e di mobilità che si sono rivelate assai dure per i romani in questi anni. C’entra poco la politica, il problema è stato l’impreparazione tecnica e amministrativa. C’è questo nella forte bocciatura della Raggi nelle urne e nell’indisponibilità dei romani a darle il bis.

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LE PROMESSE Il raggismo come promessa di cambiamento, come primato della freschezza contro le incrostazioni e le illegalità, si è andato infrangendo sugli scogli della realtà. Quella di una Capitale bisognosa anzitutto di competenza e di sano pragmatismo scevro da ideologismi e moralismi - il Bene contro il Male, retorica tenuta fino all’ultimo comizio della Raggi venerdì scorso alla Bocca della Verità: «Prima Roma era mafia, adesso Roma è Roma» - e proprio l’assenza di questo approccio ha determinato il verdetto di queste ore. I romani hanno scelto altro o comunque non sono andati alle urne, specialmente nelle periferie che dovevano essere il punto forte della Raggi. Ed è lì che si è infranto il sogno della sindaca di succedere a se stessa.

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La Raggi ha perso circa mezzo milione di voti, non l’avrebbero rivotata - se si confermano le proiezioni - due elettori su tre rispetto al trionfo del 2016: una sconfitta enorme, mai capitata in queste proporzioni a nessun sindaco di Roma uscente. L’esperimento tentato 5 anni fa si è dunque rivelato inefficace. Al punto da far arretrare la Capitale sia nella gestione ordinaria - i cinghiali che raccolgono la spazzatura al posto dell’Ama, e prima ancora il «complotto dei frigoriferi» abbandonati lungo le strade, il disordine delle baracche, delle sterpaglie, del decoro e tutto questo è esploso insieme al Ponte di Ferro - sia nell’immagine agli occhi dell’Italia e del mondo. E anche le positività sono arrivate tardi: come nel caso della meritevole promozione della candidatura di Roma all’Expo 2030, ammissione fuori tempo dell’errore grave di aver detto no alla chance delle Olimpiadi.

LA PAZIENZA DEI ROMANI I romani hanno voluto legittimamente provare. Ma ormai la provetta contenente il grillismo versione Raggi - con Beppe che faceva incursioni nella Capitale comportandosi da padrone - è stata ora mandata in archivio. Che cosa resterà di questo esperimento? Molto poco. Ma un dato molto importante va segnalato: la Raggi ha disinnescato il rapporto malefico tra politica e affari. A questo va aggiunto però che lo slogan “onestà-onestà-onestà” vale come naturale prerequisito di ogni politica ma non può riassumere tutto e coprire una carenza di attitudine gestionale. Da adesso, il futuro della Raggi, che comunque conserva uno zoccolo duro di ortodossi grillini, si giocherà tutto all’interno dei 5Stelle. Grillo nell’appello finale al voto venerdì sera aveva predetto la sconfitta: «Ma se perderai, cara Virginia, c’è già per te un ruolo nei vertici del movimento». Un ruolo facilmente immaginabile così: la Raggi, come componente del Comitato dei garanti, vero contro-potere di Grillo alla leadership di Conte, sarà la spina nel fianco del fu avvocato del popolo. Probabilmente in combutta con gli ormai ex Davide Casaleggio (guarda caso ieri è riapparso con un post mentre M5S franava) e Di Battista. Ma queste sono cose interne agli stellati. Il paesaggio di Roma lasciato dalla sindaca è quello che conta davvero. E il paesaggio, come hanno detto i romani nel segreto dell’urna, è desertificato. Qualche intervento nella pulizia degli appalti per i lavori pubblici - che ha richiesto tempo per rifare le strade, e infatti i cantieri sono stati aperti soltanto a poche settimane da queste elezioni - e nelle aziende municipalizzate è stato purtroppo riempito di tanto caos fatto di inchieste giudiziarie (da Marra a Lanzalone, alla stessa Raggi, poi assolta), di diciassette assessori che si sono dimessi, di bus in fiamme, di emergenze inevase: la case occupate, gli sgomberi non fatti.

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IL COMMISSARIAMENTO A scusante della Raggi, che tuttavia a un certo punto è stata commissariata da un mini-direttorio M5S, c’è da dire che il lamento generale per il declino di Roma non è stato accompagnato da una mobilitazione delle forze professionali e civiche per il miglioramento dei destini dell’Urbe. La solitudine della Raggi da una parte e la mancanza di un nuovo protagonismo della borghesia dall’altra: questo mix non ha fatto bene a nessuno. Ma in più: il vittimismo. Dalla spazzatura non raccolta all’invasione dei cinghiali, si è cercato di attribuire problemi e disservizi alla Regione. Ecco, l’assenza di collaborazione tra la Raggi e il presidente Zingaretti è da segnare come uno dei deficit di questa sindacatura, da non ripetere nella prossima. Quanto al nuovo stadio della Roma, ha subito parecchi ritardi, compreso lo stop al progetto di Tor di Valle. Il sindaco sperava di chiudere il suo mandato con l’individuazione dell’area dove sorgerà, ma i proprietari della Roma hanno deciso che aspetteranno il nuovo sindaco. Che, anche alla luce di quanto detto finora, avrà un compito immenso da svolgere. Ci sarà molto da imparare dagli errori di Virginia e anche da tradurre in un portentoso surplus di fattività quell’amore per la Capitale che, in fondo, alla Raggi non è mancato. 

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