Elezioni, leader indeboliti dopo la battaglia sulle liste: gli esclusi preparano la resa dei conti dopo il voto

I bersagli dei rispettivi redde rationem rischiano di essere almeno tre: Matteo Salvini, Enrico Letta e Giuseppe Conte

Elezioni, leader indeboliti dopo la battaglia sulle liste: gli esclusi preparano la resa dei conti dopo il voto
di Andrea Bulleri
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Martedì 23 Agosto 2022, 22:22 - Ultimo aggiornamento: 24 Agosto, 10:31

Elezioni politiche 2022 - La battaglia (almeno quella sulle liste) è finita. Ma la guerra rischia di essere appena cominciata. Perché lo scontro intestino che per giorni ha avvelenato l’aria nei partiti, complice il numero ben più ristretto di scranni parlamentari sicuri che i leader hanno potuto elargire rispetto al passato, ha lasciato sul campo un numero insolitamente alto di caduti e di feriti. Decisi, a destra come a sinistra, a farla pagare ai loro generali. 

Per ora da una parte e dall’altra ci si limita a far filtrare il malumore. Ma non è difficile intuire che la musica, all’indomani del voto, cambierà. E che i delusi di oggi si stiano già preparando a presentare il conto il 26 settembre. Soprattutto se l’esito delle urne non sarà tale da mettere “in sicurezza” chi a quelle candidature, che tanti nomi eccellenti hanno fatto tribolare, ha dato il suo imprimatur. I bersagli dei rispettivi redde rationem rischiano di essere (almeno) tre: Matteo Salvini, Enrico Letta e Giuseppe Conte.


I BISBIGLI


Non è un caso se nei bisbigli che trapelano da via Bellerio, quartier generale leghista, già da qualche tempo girano vorticosamente un paio di numeri: 10 e 15 per cento. Da intendere come la forchetta di risultati in grado di segnare il destino del segretario federale del Carroccio. Il cui mandato – neanche a farlo apposta – da statuto dovrà essere rinnovato il prossimo inverno. Giusto qualche mese dopo l’insediamento delle nuove Camere. Ed ecco lo scenario tratteggiato da più di un esponente del fronte dei malpancisti, spesso associato a quello dei governatori del Nord. «Se Salvini alle urne fa più del 15%, la riconferma è pressoché scontata», il ragionamento. «Se fa di meno, si può aprire una discussione. Ma se dovesse avvicinarsi al dieci, o addirittura andare sotto quel risultato...». Allora potrebbe essere guerra. 


Dichiarata, oltre che dai “giorgettiani”, vicini al ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti e in molti casi esclusi dal risiko candidature, anche dai big della Lega Lombarda, fatti fuori dalla corsa in parlamento. Come l’ex segretario Paolo Grimoldi, che controlla buona parte delle truppe del Carroccio in Lombardia. E che in caso di congresso potrebbe decidere di farle pesare. E se i mal di pancia abbondano pure dalle parti di Forza Italia (ma tra gli azzurri costretti a rinunciare alla corsa nessuno arriva a mettere in dubbio la propria la fedeltà al Cavaliere), da FdI sorride Giorgia Meloni. L’unica tra i leader che, stando ai sondaggi, al prossimo giro può essere quasi certa di portare con sé i molti più eletti rispetto all’ultima volta. 


IL DAY AFTER


Scenario ben diverso sul fronte del centrosinistra. Specie nel Pd, dove non mancano le vittime del «rinnovamento generazionale» che a Enrico Letta hanno già giurato battaglia. E per dare il la al day after aspettano solo di veder passare nel fiume il cadavere (politico) del segretario. Ha fatto rumore, specie tra gli ex renziani, la scelta di escludere nomi di peso come quello dell’ex ministro dello Sport Luca Lotti. E da Nord a Sud ribolle il malcontento dei vertici locali, imbufaliti con Roma per i candidati catapultati dal Nazareno.
Ed ecco che le possibilità di un congresso post-voto, che davanti ai microfoni i dem smentiscono, si impennano a taccuini chiusi. «Tutto dipenderà dal risultato finale», confida un candidato in corsa in un collegio contendibile. «Se per il centrodestra dovesse aprirsi un’autostrada per Palazzo Chigi, Letta potrebbe anche essere costretto a rifare la valigia per Parigi», è la stoccata. E c’è chi già individua un papabile successore: il governatore emiliano Stefano Bonaccini. Che di congresso dice di non voler neanche sentire parlare. Almeno, per ora. 

E i Cinquestelle? Dai rumors in uscita in via di Campo Marzio, per il presidente M5S la soglia «di non ritorno» sarebbe intorno al 10 per cento. Sotto quella cifra, addio al «partito di Conte», come lo chiamano critici ed esclusi. Esclusi come l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, che molti vedono già scaldarsi a bordo campo. Pronta a tornare in partita in caso di batosta elettorale dell’avvocato. Magari in tandem con Alessandro Di Battista. Che sì, aveva escluso un ritorno nelle file stellate. Ma in caso di addio di Conte, suggeriscono voci grilline, «potrebbe sempre ripensarci». 

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