Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Brunetta, Crippa, Pinotti: i big che possono restare fuori dal prossimo Parlamento

Speranze quasi a zero per i grillini al terzo mandato. Molti nomi di spicco del Pd devono ottenere una deroga

Brunetta, Crippa, Pinotti: i big che possono restare fuori dal prossimo Parlamento
di Pie. P.
5 Minuti di Lettura
Sabato 23 Luglio 2022, 22:47 - Ultimo aggiornamento: 26 Luglio, 19:47

Ci sono quelli che, a meno di un cambiamento per il momento del tutto improbabile, dal 25 settembre dovranno cercarsi un altro posto: per esempio tutti (o quasi tutti) i grillini al secondo mandato parlamentare. Altri che ancora possono sperare in una rielezione, ma devono ottenere una deroga dal loro partito, come gli eletti del Pd arrivati al limite del terzo mandato. Altri ancora, come le ministre Gelmini e Carfagna, hanno rotto con il loro partito e ora devono trovarsi una collocazione alternativa. Infine c’è chi potrebbe decidere di non candidarsi, di saltare un giro in attesa che l’assetto della politica italiana evolva: è quanto si sente ipotizzare, , ad esempio, per i ministri uscenti Brunetta e Giorgetti. Una cosa è sicura: nel prossimo Parlamento moltissimi personaggi di grosso calibro della politica italiana non ci saranno più. 

È innanzitutto una questione aritmetica: fino a oggi il Parlamento italiano ha contato 945 seggi, tra Camera e Senato; il prossimo ne avrà soltanto 600. Significa un terzo circa di posti in meno. A questo si aggiungerà l’inevitabile falcidia di eletti che molte forze politiche subiranno con il risultato elettorale del 25 settembre. I primi a rimetterci saranno con ogni probabilità i Cinquestelle, che difficilmente potranno ripetere l’exploit del 2018, quando il movimento entrò a Montecitorio con 221 deputati e con 112 senatori a Palazzo Madama. Questa volta i numeri saranno ben più risicati, senza alleanza con il Pd la speranza di conquistare qualche collegio uninominale è ridotta al minimo, e sulla quota proporzionale secondo i sondaggi i pentastellati possono aspirare a un 10-15 per cento di consensi, dunque poche decine di posti alla Camera e pochissimi al Senato. La selezione delle candidature parte da un punto fermo: la scelta - confermata ieri da Grillo - di escludere chi ha già alle spalle due legislature. I nomi sono noti, e alcuni sono pesantissimi: Paola Taverna, Vito Crimi, e persino l’attuale presidente della Camera Roberto Fico. Per loro certo non si può escludere la possibilità di ottenere un’eccezione (anche se le probabilità sono molto diminuite dopo l’ultimo videomessaggio del fondatore) , ma è praticamente impossibile che a salvarsi siano gli altri, e soprattutto quelli che nelle ultime vicende interne si sono schierati contro la linea adottata da Giuseppe Conte. Il primo nome che viene in mente è quello di Davide Crippa, capogruppo a Montecitorio. Anche per i ministri uscenti Federico D’Incà e Tiziana Dadone le chance di candidatura sono vicine allo zero.

I DEMOCRATICI
Anche il Pd ha il suo limite al numero di mandati, sebbene meno stretto di quello grillino. Sono 27 i parlamentari di lungo corso che dovrebbero ottenere la deroga per un quarto mandato. Ci sono figure di primo piano come l’ex segretario del partito Piero Fassino, l’ex ministra Roberta Pinotti, e ancora Emanuele Fiano, Marianna Madia, Andrea Marcucci e tanti altri esponenti tra i più esperti. Per i democratici le deroghe al vincolo delle tre legislature sono state fino a oggi abbastanza frequenti, ma questa volta è diverso: tra il taglio dei posti nelle assemblee e la riduzione della pattuglia parlamentare piddina per effetto della possibile (al momento si può dire: probabile) sconfitta nei collegi maggioritari, il segretario Enrico Letta dovrà fare una forte selezione, e un’applicazione più rigorosa del limite dei tre mandati previsto dallo statuto potrebbe essere uno dei criteri da adottare.

Rischiano anche gli ex dem scissionisti: quelli di Iv (Boschi, Rosato, Giachetti, Migliore e tanti altri); e quelli di Articolo Uno (Speranza, Fassina, e Bersani, che forse però sceglierà da solo di farsi da parte). 
Poi ci sono i centristi del centrodestra. Quelli che sono andati via da Forza Italia, come i ministri Renato Brunetta e Mariastella Gelmini, sono in verità corteggiati da altre forze politiche e dunque non faticheranno a trovare una nuova collocazione, ma con la penuria di seggi a disposizione anche per loro non si può dare per scontato che alla fine un posto in Parlamento per loro ci sia. Stesso discorso per Mara Carfagna, che peraltro non è ancora formalmente uscita dal partito berlusconiano, ma che certo può portare a chiunque la accoglierà una discreta dote di consensi personali. 

Alcuni pensano che Brunetta potrebbe decidere di non candidarsi: le occasioni professionali certo non gli mancano, potrebbe essere tentato di mettersi per un po’ alla finestra e aspettare. Qualcosa di simile viene ipotizzata a volte per Giancarlo Giorgetti, anche se il ministro leghista non ha rotto con la Lega e se decide di candidarsi un posto per lui sicuramente ci sarà. In cerca di una collocazione anche l’ex azzurro Roberto Caon, mentre il senatore Andrea Cangini ha già trovato asilo nelle file di Azione. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA