Elezioni anticipate: candidati, firme per le liste, simboli e coalizioni. Corsa contro il tempo

Mai prima d’ora una consultazione elettorale con margini così stretti. Forze politiche in crisi, tra adempimenti burocratici e accordi ancora in alto mare

Candidati, firme per le liste, simboli e coalizioni: ora è corsa contro il tempo
di Barbara Acquaviti
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Venerdì 22 Luglio 2022, 23:30 - Ultimo aggiornamento: 26 Luglio, 19:57

I tempi sono quelli dettati dalla Costituzione. Che siano “stretti”, però, lo ha ammesso anche Sergio Mattarella nel breve messaggio con cui ha spiegato agli italiani la decisione di sciogliere anticipatamente le Camere. La corsa verso le elezioni del 25 settembre lascia poco tempo alle forze politiche non solo per gli adempimenti burocratici, ma anche per discutere di alleanze, spartirsi i collegi uninominali, stilare i programmi e organizzare la campagna elettorale.

Elezioni, con che legge si vota? Cosa è il Rosatellum (e perché può favorire il centrodestra)


D’altra parte mai più, dopo il 1919, era capitato di votare in autunno. Candidati, presentazioni di simboli, comizi: tutto andrà fatto mentre buona parte degli elettori saranno in vacanza, distratti come non mai dal dibattito politico. In questo caso, alla difficoltà di impostare una campagna elettorale balneare, si aggiunge anche il clima di scontro con cui si è arrivati alla fine del governo: il tempo per riposizionamenti o trattative di avvicinamento è di fatto ridotto al lumicino. E dal 26 agosto, proprio mentre le vacanze volgeranno al termine, scatterà anche la par condicio. Si voterà con la la stessa legge elettorale di marzo 2018, ossia il Rosatellum, che prevede l’assegnazione dei seggi per circa due terzi in modo proporzionale e per il restante terzo con collegi uninominali. Solo che questa volta i posti da dividersi saranno molti meno: il prossimo sarà il primo Parlamento con 400 deputati e 200 senatori.
 

Le liste

Per i partiti piccoli
emergenza firme:
ne servono 37mila
entro trenta giorni

Per la maggior parte dei partiti che parteciperanno alle elezioni, compilare e presentare le liste è un problema politico. Ma per altri è una questione decisamente burocratica, perché si impone per legge la raccolta delle firme. La fine anticipata della legislatura comporta che il numero di firme necessarie venga dimezzato, ma si tratta comunque di cifre considerevoli - circa 37mila per la Camera e 19mila per il Senato - soprattutto se si considera che ci sono a malapena trenta giorni di tempo e che siamo pur sempre nel bel mezzo delle ferie estive. Ma chi è costretto a svolgere questo adempimento? Il criterio generale è che ne sono esentate quelle formazioni che hanno costituito gruppi in entrambe le Camere dall’inizio della legislatura. Che tradotto significa: Pd, M5s, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Nel tempo però sono state previste sempre delle eccezioni. Nel 2018, per esempio, il partito di Emma Bonino aveva potuto evitare l’affannosa ricerca di sottoscrizioni grazie a Bruno Tabacci che gli aveva messo a disposizione il simbolo di Centro democratico. Attualmente, secondo la norma votata all’interno del recente decreto elezioni, si stabiliscono altre opzioni in base a cui si può essere esonerati dall’obbligo. Una di queste è appartenere a partiti che si sono costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021. Un criterio che vale per esempio per Leu, Italia viva e Coraggio Italia. Una seconda opzione è che, sotto il proprio simbolo, la lista abbia presentato candidature alle ultime elezioni Politiche o alle Europee in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbia ottenuto almeno un seggio assegnato nel proporzionale: è questo, per esempio, il caso di +Europa. Ulteriore possibilità è aver “concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione” avendo ottenuto almeno l’1% (in questo novero rientra Noi con l’Italia di Maurizio Lupi). Per tutti gli altri la strada si fa stretta, e questo è vero sia per chi volesse presentare un partito ex novo sia per sigle già presenti in Parlamento, ma frutto di scissioni, e che non rientrato nei criteri elencati. Tra questi c’è Italexit, mentre per esempio Italia al centro di Giovanni Toti può aggrapparsi al simbolo “Europeisti” del senatore eletto all’estero, Raffaele Fantetti. Gianluigi Paragone fa appello a Sergio Mattarella e chiede una drastica riduzione delle firme da raccogliere. «Vogliono impedirci di partecipare alle elezioni», denuncia. Tuttavia anche Riccardo Magi di Più Europa lancia l’allarme. «C’è un problema di parità di condizioni di accesso alla competizione elettorale e, quindi, un problema di democrazia».

Gli schieramenti

In fila al Viminale
prima di Ferragosto
per presentare
simboli e coalizioni

Gli adempimenti burocratici devono essere sbrigati nei giorni di Ferragosto. Tra il 12 e il 14 vanno infatti depositati al Viminale i simboli e i programmi. Questo significa presentarsi fisicamente al ministero dell’Interno mettendosi in fila in attesa del proprio turno, un rito che non è stato modificato nemmeno dall’era digitale. Ma non solo, perché quella è anche l’occasione in cui bisogna dichiarare i collegamenti tra liste. Dunque le alleanze. Questo significa molto semplicemente che ci sono tre settimane per decidere se presentarsi da soli oppure in coalizione. Un problema che riguarda più che altro il centrosinistra. Il centrodestra, sebbene abbia passato gli ultimi mesi a litigare e a dividersi tra maggioranza e opposizione, già sa che si presenterà unito seppur ognuno con il proprio simbolo. Quando si depositano i contrassegni bisogna anche indicare il capo politico della lista oltre al programma. Nel 2018 i partiti del centrodestra si misero d’accordo presentandone uno identico. Completamente diverso il discorso nel campo del centrosinistra. Enrico Letta ha definito impossibile un’alleanza con il M5s dopo la decisione di Giuseppe Conte di non votare la fiducia al governo Draghi e la gran parte dei dem è sulla stessa linea. Tuttavia, come dimostrano i dibattiti di queste ore, anche la strada di un riavvicinamento con Calenda e Renzi è tutt’altro che facile.

I collegi

Entro il 22 agosto la scelta dei candidati:
trattativa in extremis per ottenere il seggio

Una settimana dopo il deposito dei simboli, dunque tra il 21 e il 22 agosto, vanno presentate presso le Corti d’Appello le liste dei candidati. E qui si pone un altro problema per chi ha deciso di correre in coalizione, ovvero la distribuzione dei collegi uninominali, quelli cioè dove vince chi prende un voto in più dei suoi diretti sfidanti. Considerando la nuova conformazione che avrà il Parlamento, significa 147 sui 400 seggi della Camera e 74 sui 200 del Senato. Altra differenza è che si tratterà di collegi più ampi, e questo vuol dire anche dover fare campagna elettorale ancora più in lungo e in largo e probabilmente in zone in cui non c’è più quello che il candidato finora considerava il suo elettorato di riferimento. Inoltre, se da una parte è vero che più la coalizione è ampia, più possibilità ci sono di conquistare la vittoria, dall’altra ci sono anche più esigenze da incrociare. Normalmente si parte da uno schema teorico in cui gli stessi collegi vengono suddivisi in sicuri, incerti o a rischio sconfitta. Ma in base a quali criteri si decide poi la distribuzione? E’ questo il nodo che - ancora una volta a causa della precipitosa fine della legislatura - andrà sciolto al massimo entro 30 giorni. Nel centrodestra il dibattito, seppur non ufficialmente, è già cominciato. Forte dei sondaggi che lo danno primo partito e del voto delle amministrative del 12 giugno, Fratelli d’Italia vorrebbe che le fossero assegnati il 55% dei collegi, calcoli che però vengono respinti da Lega e Forza Italia, convinti che bisognerebbe partire dall’attuale composizione del Parlamento o comunque tenere conto anche di altre elezioni come per esempio le Europee, quelle in cui guarda caso aveva trionfato il Carroccio. Di certo il partito di Giorgia Meloni è l’unico dei tre che porterà in Parlamento un numero di deputati e senatori superiore a quello attuale. Per il Pd, che parte da zero sulle alleanze, questo è un discorso tutto ancora da scrivere. Quando si parla di collegi uninominali, d’altra parte, a contare non sono soltanto le percentuali nazionali, perché anche partiti più piccoli ma con una forte presenza territoriale possono aiutare a fare la differenza.

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