La crescita assente/Quei passi necessari per evitare il baratro

di Paolo Balduzzi
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Giovedì 22 Novembre 2018, 00:22 - Ultimo aggiornamento: 00:52

È arrivata talmente prevista che non si può nemmeno parlarne come di una notizia: la legge di bilancio italiana è stata bocciata dall’Unione Europea, che ha conseguentemente proposto – nulla è ancora definitivo – agli Stati membri la possibilità di aprire una procedura di infrazione contro l’Italia che avrebbe violato la regola europea sul debito. 
A voler guardare il pelo nell’uovo, una notizia ci sarebbe anche.

Due erano le procedure di infrazione che la Commissione avrebbe potuto proporre: quella per disavanzo eccessivo, risolvibile attraverso una correzione dei conti per il 2019, o quella per debito. Ci è capitata la seconda, che potrebbe avere conseguenze per il nostro Paese ben più gravi. Il condizionale è d’obbligo. Innanzitutto perché questa procedura non è mai stata applicata per nessun Paese, quindi non si hanno esperienze analoghe da analizzare. In secondo luogo, perché in cosa consista in realtà la procedura probabilmente non è nemmeno chiaro a chi l’ha attivata: diverse sono le possibilità, ma in generale possiamo attenderci vincoli piuttosto pesanti sulla libertà di manovra dei nostri conti pubblici almeno per il prossimo triennio. 

Infine, perché, appunto, la partita non è ancora chiusa. È questa forse l’unica nota positiva per l’Italia.

E il nostro Paese ha perso la grande occasione di sforare i parametri e l’ortodossia di Bruxelles non per imboccare la strada della crescita ma per indulgere su quella della spesa assistenziale. 
Paghiamo perciò a livello europeo un isolamento degno di miglior causa: con lo spread al livello più elevato dal 2013 e la caduta nel vuoto degli appelli arrivati da più parti. Come uscirne, dunque?
C’è chi traccia parallelismi con il 2011, ma la situazione, a ben vedere, non è paragonabile. Sette anni fa le regole sui bilanci erano da un certo punto di vista anche ottusamente più rigide: la nuova procedura di bilancio col semestre europeo, gli spazi di flessibilità, l’obiettivo di medio termine sono stati introdotti successivamente a quella stagione, proprio per evitare di strozzare i paesi membri con regole immutabili a fronte di eventi economici eccezionali. 

Nel 2011 il Paese era in piena recessione, la disoccupazione era alle stelle, specialmente quella giovanile: quell’emergenza era certo dolorosa ma nasceva da indicatori indubbi. Poi, disgraziatamente, si applicò una cura sbagliata e depressiva. 

Oggi invece non c’è alcun fondamentale economico che giustifichi una risalita dello spread così forte, non c’è una recessione in atto che ci obblighi a concentrarci sull’assistenzialismo invece che a rendere forte e stabile la crescita; c’è solo un governo che, al massimo del suo consenso, è deciso a mantenerlo invece che ad usarlo per rendere più forte non solo se stesso ma tutto il Paese. E perché? L’unica spiegazione plausibile è che in realtà questo governo non sia nato con un orizzonte di legislatura, l’unico che gli permetterebbe di realizzare almeno parzialmente alcune delle sue promesse più impegnative, bensì con uno già più breve, vale a dire quello di elezioni in un futuro prossimo. Un governo che, pur di non rinunciare a perdere qualche punto di consenso, ha bisogno di cercare un mandato elettorale forte per affrontare dai blocchi elettorali e non da Palazzo Chigi quella che, con buon probabilità, rischia di essere una prossima manovra di bilancio ancora più impegnativa a causa delle scelte sbagliate della finanziaria uscente.

Il futuro tuttavia non è già stato scritto. Lo scontro con l’Unione Europea sulle regole da tempo si è tradotto in dialettica politica. Il governo italiano ha infatti sempre potuto contrattare spazi di flessibilità, ottenendoli quando ben motivati (con una crescita strategica per esempio anche stavolta avrebbe potuto ottenerli più facilmente). E anche oggi lo spazio per una trattativa c’è ancora. Uno spiraglio importante lo si coglie in queste ore con lo smarcamento della Lega da M5S sui margini per rivedere alcune scelte della manovra. Salvini, a quanto pare, facendosi interprete delle profonde preoccupazioni che arrivano dal suo blocco elettorale e dal sistema produttivo e bancario avrebbe dato disponibilità ad abbassare l’esposizione del debito. Strada che avrebbe come diretta conseguenza la riduzione della torta oggi destinata ai provvedimenti più controversi: il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni. Strada che non è affatto condivisa dall’alleato grillino.

Adesso, bisognerà dare qualche segnale concreto pur mantenendo la dignità e l’autonomia di scelte che spettano a ciascun Paese. Non possono bastare irrealistiche promesse di aumentare le privatizzazioni da uno a 18 miliardi o di riformare in pochi giorni la Cassa Depositi e Prestiti per farla diventare motore degli investimenti. Più volte abbiamo espresso fiducia nel fatto che prima o poi il clima da campagna elettorale permanente avrebbe lasciato lo spazio a un cambio di strategia a favore dello sviluppo e ad una trattativa costruttiva coi nostri partner europei. Più volte abbiamo sperato che la voce del ministro dell’Economia risultasse più forte dei proclami dei vicepremier. Speriamo che il sonno della ragione che finora ha prevalso, a causa della lunga euforia elettorale, svanisca quanto prima. Allontanandoci dall’orlo del vulcano.


 

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