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Draghi, il 21 giugno il test in Senato: ecco cosa succede (e perché il governo è a rischio)

Draghi, il 21 giugno il test in Senato: ecco cosa succede (e perché il governo è a rischio)
di Francesco Malfetano
4 Minuti di Lettura
Sabato 18 Giugno 2022, 16:35 - Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 11:49

Redde rationem cinquestelle, test per la maggioranza, passaggio chiave per il governo o più semplicemente data clou della politica estiva. In queste lunghe settimane di attesa per il ritorno in Aula di Mario Draghi, il 21 giugno è stato declinato attraverso tantissime sfumature. Ora che manca poco quindi, e che è iniziata a circolare una prima bozza della risoluzione a cui sta lavorando una parte dei senatori, è inevitabile che la tensione torni a salire. L'appuntamento in realtà, non sarebbe nulla di particolarmente straordinario: come d'abitudine infatti, il Presidente del Consiglio si recherà alle Camere per riferire in vista del successivo Consiglio europeo (a Bruxelles il 23 e il 24 giugno). Tuttavia stavolta l'occasione pare essersi trasformata - per "merito" soprattutto dei Cinquestelle - in una sorta di referendum parlamentare sulla questione delle armi all'Ucraina. 

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La questione aiuti

Andiamo con ordine. Da mesi l'esecutivo decide se e come gestire l'invio di aiuti basandosi sul mandato assegnatogli fino alla fine del 2022 da una risoluzione votata da tutta la maggioranza a marzo scorso. Da allora però le cose sono un po' cambiate, specie per il Movimento 5 Stelle e il suo presidente Giuseppe Conte. Complice il costante calo nei sondaggi, lo scarso successo nelle urne e pure la figuraccia fatta in Commissione esteri per "l'affaire Petrocelli", i grillini non solo hanno iniziato a criticare le iniziative dell'esecutivo (che agisce anche su loro mandato, avendo votato a favore meno di 3 mesi fa) ma sono arrivati a chiedere un nuovo voto sull'invio di armi. Un'eventualità non necessaria, ma motivata - secondo i cinquestelle - dal fatto che «lo strumento dell’invio delle armi, stando ai risultati ottenuti dopo 85 giorni di guerra non è efficace per costruire la pace. Questo è il motivo per cui chiediamo che presto quest’Aula possa esprimersi nuovamente con un voto». Così verrà presentata la discussa bozza di risoluzione che andrà poi votata a maggioranza al Senato, con il rischio concreto di mettere in minoranza l'esecutivo. Una posizione in cui, quantomeno all'inizio del loro pressing, i cinquestelle non sono stati del tutto isolati. Anche il leader leghista Matteo Salvini infatti, all'inizio aveva alzato il tiro, portando avanti uno scontro parallelo con l'esecutivo. Una battaglia che però al momento pare essersi arenata dopo la vicenda del viaggio a Mosca e il freno imposto dai suoi luogotenenti. 

Gli scenari

Vale a dire che al momento gli scenari sono molti e differenziati. Guardando ai due estremi però le possibilità sono due: in un primo caso con la mediazione del Pd di Enrico Letta, il governo riesce sostanzialmente ad annacquare il testo dei cinquestelle, prendendo impegni generici su un ridimensionamento dell'invio delle armi ma consentendo di salvare la faccia a Conte. A quel punto l'intera maggioranza voterebbe il testo. In un secondo caso fallisce ogni tentativo di ricucire e i 5 stelle portano in Aula un testo inaccettabile per il resto del governo e per una parte dei suoi. Al voto le posizioni si polarizzano e Conte spacca il suo partito ed esce dall'esecutivo senza essere seguito dal suo intero gruppo (i "dimaiani" e un altro drappello di "responsabili" ancora da quantificare, sono infatti pronti a restare). Idem per Salvini che, nello scenario peggiore per il governo, affianca i 5S nella battaglia (anche lui senza portare via dalla maggioranza il suo intero partito). In altri termini, come profetizzato anche da Matteo Renzi, il voto diverebbe una sorta di agguato, funzionale ad uscire dall'esecutivo per lanciarsi nella campagna elettorale verso il 2023. Il governo infatti, non dovrebbe comunque arrivare al suo capolinea. Numeri alla mano sarebbe azzoppato ma ancora in grado di avere una maggioranza. Esistono poi tutta una serie di finali alternativi e meno "catastrofici" che vanno dall'uscita dei soli "contiani" a quella, molto meno probabile, dei soli "salviniani". Fatto sta che salvo sorprese enormi, difficilmente il governo uscirebbe sconfitto alla conta dei voti, anche perché sul punto la maggioranza potrà contare con ogni probabilità sull'appoggio esterno di Fratelli d'Italia.

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