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Draghi a cena da Macron, intesa sul Recovery bis ma non sull'ingresso dell'Ucraina nella Ue

Sì alla difesa comune, opinioni diverse sui consorzi per la fornitura delle armi

Draghi a cena da Macron, intesa sul Recovery bis ma non sull Europa larga
di Francesco Malfetano
4 Minuti di Lettura
Giovedì 9 Giugno 2022, 01:06 - Ultimo aggiornamento: 07:33

Il piatto forte del menù è quello più divisivo: l’accesso di Kiev alla Ue. Roma chiede un’accelerazione dell’iter standard, Parigi invece spinge per il suo ingresso in una “comunità politica europea” tutta da costruire. Il dialogo è serrato - e continuerà ad esserlo - ma anche a cena terminata (ben dopo la mezzanotte) sul punto non ci sono vere novità. Le portate per Mario Draghi ed Emmanuel Macron però, ieri sera sono state tante. Il premier, ricevuto all’Eliseo con un «Salut, Mario!» urlato dal francese all’arrivo, sul tavolo ha trovato soprattutto la ricerca di una risposta economica comune alla crisi. 

L’AGENDA


I piani dei due Paesi in questo senso convergono. Sia il padrone di casa che Draghi infatti, sono convinti della necessità di un nuovo Recovery Fund, con l’emissione di titoli di debito comune, che superi anche i “resti” di quello pandemico non completamente utilizzato. L’obiettivo è soprattutto creare un paracadute per far fronte ai costi sostenuti per calmierare i prezzi delle bollette. E Draghi - che ieri ha incassato il sostegno francese sul punto - ha già indicato anche una possibile ricetta: dei finanziamenti a tassi agevolati sul modello Sure da utilizzare anche per ammortizzare le infrastrutture necessarie ad affrancarsi dal gas di Mosca. 


Ma fondi servono anche per la ricostruzione dell’Ucraina e il rifornimento degli arsenali militari che si stanno svuotando delle armi date a Kiev. E proprio quest’ultimo è il punto in cui l’unità traballa. Entrambi sono convinti sostenitori della necessità di una difesa comune Ue, Macron però vorrebbe una corsia preferenziale per l’acquisto di armamenti totalmente europei, avvantaggiandosi a dispetto dei programmi italiani sviluppati di concerto con Usa e Gran Bretagna. La mediazione - anche sull’onda lunga del Trattato del Quirinale - è però possibile e il tema finirà della girandola di incontri di fine mese. Un tour de force per cui ieri è stata stabilita un’agenda comune.


L’AGENDA
Il bilaterale infatti precede non solo la cerimonia di apertura della Riunione a livello ministeriale del Consiglio dell’Ocse di oggi (presieduta dall’Italia), ma anche il Consiglio Ue del 23 e del 24 giugno, il vertice del G7 in Germania (dal 26 al 28) e il summit Nato a Madrid (29 e 30). Posto che non sono mai messe in discussione la necessità di perseguire la pace (con approcci differenti tra il «non umiliare Putin» di Macron e il pessimismo di Draghi) e di continuare a sostenere Kiev sia economicamente che con sanzioni ed armi, ieri è stata affrontata anche la questione del grano bloccato nei porti ucraini. Per ora le trattative turche non sembrano andare nella direzione sperata e allora Draghi, che per primo aveva tenuto il punto, ha sottolineato la necessità di continuare il pressing diplomatico su Mosca. Macron ha garantito il suo impegno, rimettendo sul tavolo la strada della risoluzione alle Nazioni Unite per Odessa. Strategie affini anche per quanto riguarda l’emancipazione energetica dal gas russo. Draghi è consapevole che senza un affondo deciso di Macron difficilmente a fine mese strapperà un’intesa sul price cap, e quindi ha cercato una sponda su cui il francese ancora non si sbilancia.


L’altra faccia della medaglia del blocco del grano e dello stravolgimento del mercato energetico, sono le ondate migratorie provenienti dal Nord Africa. L’attenzione di Palazzo Chigi e dell’Eliseo è alta, specie per quanto riguarda la Libia. Il Paese oggi è una polveriera e potrebbe presto degenerare. Un’eventualità che nessuno può permettersi. In primis perché il 31 luglio scade il mandato della missione Onu e se anche stavolta non verrà raggiunto un accordo su un Paese africano come capo-fila, le Nazioni Unite se ne andranno. Infine perché, oltre all’instabilità che creerebbe nell’intera area, è impensabile lasciare campo aperto alle forze vicine alla Russia proprio ad una manciata di chilometri dalle coste italiane. 

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