Zone rosse e arancioni in quasi tutta Italia: rischia anche il Lazio

Zone rosse e arancioni in quasi tutta Italia: rischia anche il Lazio
di Mauro Evangelisti
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Martedì 5 Gennaio 2021, 22:52 - Ultimo aggiornamento: 7 Gennaio, 14:26

Da lunedì gran parte dell’Italia sarà colorata di arancione, con tutte le conseguenze previste, come la chiusura di bar e ristoranti. I nuovi criteri abbassano l’asticella dell’Rt (indice di trasmissione del virus) che sancisce misure più severe e alcune regioni rischiano il rosso. Vale soprattutto per il Veneto: ad oggi è impossibile fare previsioni, perché bisognerà attendere le elaborazioni dell’Istituto superiore di Sanità che usciranno venerdì, ma già il 31 dicembre il Veneto aveva l’Rt a 1,07, una valutazione d’impatto sul sistema sanitario “alta” e quella della classificazione complessiva rischio a “moderata-alta”. Con 1,25 c’è il passaggio a “rosso”, un valore che appare plausibile. Proprio il caso del Veneto ha convinto i tecnici del Ministero della Salute a rivedere la determinazione della classificazione in giallo, arancione e rosso: la Regione di Zaia, che ha dalla sua un sistema sanitario che ha retto all’onda d’urto dei contagi, è sempre rimasta gialla, con chiusure limitate, ma poi ha pagato questa situazione di privilegio in termini di incremento dei casi di Sars-CoV-2. Con i nuovi criteri, il fatto che il Veneto vada verso la fascia rossa è considerato molto probabile.

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CHI RISCHIA
Il Lazio è un’altra regione che, sia pure con un aumento dei positivi, ha limitato i danni e ha avuto i numeri per restare gialla. Il suo Rt ora è vicino a 1, se lo supererà, come è possibile, per la prima volta finire in fascia arancione, con conseguente chiusura di bar e ristoranti. Ci sono altre Regioni a rischio arancione o rosso. La Calabria, oltre a un sistema sanitario fragile, paga un Rt che è ben al di sopra di 1 e potrebbe diventare rossa, mentre è quasi scontato che quanto meno si ritrovi in arancione. Il Friuli-Venezia Giulia, nei fatti, si trova in una situazione sovrapponibile a quella del vicino Veneto, con l’Rt attorno a 1. L’Emilia-Romagna appare prossima alla classificazione in arancione, mentre vi sono alcune Regioni che stanno affrontando una situazione epidemiologica fluida. Prima fra tutte, l’Umbria: nell’ultimo report l’Rt era basso e non preoccupava l’impatto sugli ospedali, però ci sono alcuni segnali discordanti.

L’Università dell’Insubria, ad esempio, esegue un monitoraggio indipendente dell’indice di trasmissione e calcola, per l’Umbria un valore di 1,3. Non è la stima ufficiale, quella che conta per le decisione del Ministero della Salute è elaborata dalla Fondazione Kessler per conto dell’Istituto superiore di Sanità, però è comunque un dato da non sottovalutare. A rischio arancione l’Abruzzo, che aveva sì un Rt molto basso nell’ultima rilevazione, ma che registra l’incremento dei ricoveri. Anche Puglia e Lombardia sembrano, quanto meno, destinate a ritrovarsi in arancione.

ALLARME SICILIA
In Sicilia ieri si è accesa la spia dell’allarme: è stata la terza regione per numero di nuovi positivi, oltre 1.500 con poco più di 9.500 tamponi. Bene, ma allora nessuna Regione potrebbe aspirare alla classificazione meno restrittiva di gialla, che consente, ad esempio, a bar e ristoranti di restare aperti, sia pure fino alle 18? Detto del Lazio, che comunque è ancora in bilico, dalle ultime rilevazioni e sulla base anche dei dati più recenti, potrebbero salvarsi Sardegna (anche se nell’ultimo report aveva un livello di rischio “non valutabile”, che equivale ad “alto”), Toscana, Piemonte e Molise.

SPETTRO INGLESE
Perché c’è tanta preoccupazione per l’andamento dell’epidemia? In fondo l’Italia ieri ha registrato un quarto di nuovi casi positivi del Regno Unito, che è arrivato a 60 mila al giorno, e l’incidenza nel nostro Paese (numero di infetti ogni 100mila abitanti) è inferiore a quello della Germania e dell’Austria e un terzo di quello dell’Olanda. Ci sono due preoccupazioni che hanno convinto il governo e il ministro della Salute, Roberto Speranza, ad abbassare i limiti che fanno scattare l’arancione e il rosso. Il primo è proprio il segnale che giunge da Londra: la diffusione della variante inglese, ma anche di altre mutazioni del virus, aumenta la velocità di trasmissione in modo considerevole, si vuole evitare un’improvvisa accelerazione simile a quella che sta subendo la Gran Bretagna. La seconda è causata dal fatto che ancora non sappiamo quali saranno i reali effetti delle festività natalizie quando, al di là delle limitazioni, si sono moltiplicate le occasioni di incontro, e temiamo che il 7 gennaio la riapertura delle scuole (in dubbio quelle superiori, ma certa quella delle elementari) possa provocare un incremento del contagio.

Già oggi giungono segnalazioni di molti contagi avvenuti durante i cenoni in famiglia. In sintesi: i dati dell’ultima settimana, se slegati dal contesto, non sono drammatici anche se in aumento, ma la curva può risalire, visto che negli ultimi giorni sono stati eseguiti pochi tamponi. E continuano a essere moltissimi i decessi, ieri 649. Alcuni numeri: sempre ieri 15.378 positivi su 135mila tamponi; altri 202 ricoveri in terapia intensiva; in totale, aumentano i posti letto occupati da pazienti Covid e questo non è mai un segnale incoraggiante (25.964, incremento di 68 unità). Su base settimanale c’è un aumento dei nuovi casi positivi? Sì. Detto che la presenza negli ultimi quindici giorni di molti giorni festivi complica sempre i confronti, emerge che tra il 30 dicembre e il 5 gennaio sono stati individuati 114.144 nuovi casi, tra il 23 e il 29 dicembre 90.716. In media nell’ultima settimana sono stati 16.306 al giorno, in quella precedente 12.959, c’è stato un incremento del 26 per cento. In sintesi: la trasmissione del virus è aumentata, bisognerà capire però se si tratta solo di una anomalia statistica legata al fatto che a Natale il sistema dei tamponi si era arenato o se invece nei prossimi giorni si andrà a un consolidamento della crescita. Sperando che Roma e Milano non siano Londra o Glasgow.

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