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Dl Aiuti: prima fiducia, ma incognita M5S al Senato

Sì alla fiducia anche da M5S, all'indomani del colloquio a Palazzo Chigi tra il leader M5S, Giuseppe Conte, e il presidente del Consiglio, Mario Draghi

Dl Aiuti, la Camera conferma la fiducia al governo con 410 sì
di Andrea Bulleri
5 Minuti di Lettura
Giovedì 7 Luglio 2022, 15:59 - Ultimo aggiornamento: 8 Luglio, 06:29

C’è un’immagine che racconta bene il clima che ieri pomeriggio si respirava a Montecitorio. È quella di Michele Gubitosa, vicepresidente del M5S (tra i più critici sulla permanenza al governo), che alle 15,30 entra nell’aula della Camera con un braccio sulla spalla di Stefano Buffagni, un altro dei “falchi” anti-draghiani del Movimento. Da più di un’ora si sta votando la fiducia sul dl Aiuti. È in corso la seconda chiama, quella dei “ritardatari”, e il tempo per esprimersi sta per finire. I due sembrano darsi forza l’un l’altro.

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E uno alla volta passano sotto il banco della presidenza: «Sì», mormorano senza entusiasmo, il volto trasformato in una maschera, lo sguardo fisso a terra. 
Non sono gli unici, tra i grillini, a dover rimandare i propositi barricaderi. E alla fine, come previsto, la fiducia c’è. I sì raggiungono quota 410, su 460 votanti (49 i no e un astenuto: Vittorio Sgarbi). L’aveva annunciato in mattinata, Giuseppe Conte: «Alla Camera non faremo mancare il nostro sostegno all’esecutivo». E al Senato, tra una settimana? «Vedremo», la risposta sibillina del leader Cinquestelle. Il deputato Luigi Gallo intervenendo in aula la spiega così: «Noi diamo la fiducia oggi ma cerchiamo delle risposte, le attendiamo – proclama Gallo – Ci aspettiamo misure a lungo termine che aiutino i cittadini: reddito di cittadinanza senza se e senza ma, salario minimo, transizione ecologica vera, il superbonus», snocciola, elencando i punti sottoposti da Conte nella sua lettera a Draghi.


Sul problema dei crediti incagliati del superbonus, alla fine, passa un ordine del giorno dei Cinquestelle, che prima di essere messo in votazione incassa il parere favorevole del governo. Non così per il termovalorizzatore di Roma, che i pentastellati provano di nuovo a impallinare con un altro odg (respinto senza tanti complimenti). Di nuovo, tutto come previsto. 


IL PALLOTTOLIERE
Ma a dispetto delle cifre in apparenza rassicuranti per l’esecutivo, gli sherpa della maggioranza fanno il conto delle defezioni. E il bilancio finale del tabellone rosso di Montecitorio fa nascere in loro più di un grattacapo. Perché dal Movimento mancano all’appello 28 voti. «Tredici deputati erano in missione, quindi sono giustificati», corre il pallottoliere in Transatlantico. E gli altri 15? «Assenti, non hanno risposto». E mentre dal Pd sventolano orgogliosi il loro 83 di partecipazione a voto («anche stavolta eravamo il gruppo più presente», si compiacciono i dem), a preoccupare, dalle parti del governo, sono anche i numeri della parte destra dell’emiciclo. Dalla Lega non arrivano 34 voti (9 missioni e 25 assenze). E il timore, già ventilato nei giorni scorsi, è che quelle “diserzioni” rappresentino la spia di un disagio crescente, dalle parti di via Bellerio. Pari, se non superiore, a quello mostrato dai Cinquestelle. 


In questa luce viene letta anche la riunione con i suoi deputati che Matteo Salvini convoca poco prima del voto. «Ci si prepara alla pugna», la spiega mettendola sullo scherzo uno degli uomini più vicini al leader del Carroccio, Claudio Borghi. Ma la linea che esce dal vertice è chiara. «La Lega farà al Lega», la riassume Salvini lasciando la Camera: «Siamo leali e responsabili e faremo quello che serve all’Italia – la premessa – ma ricordiamo che droga libera e cittadinanza facile agli immigrati non fanno parte degli accordi di governo». Il riferimento è alle proposte di legge del centrosinistra sulla liberalizzazione della cannabis e sullo Ius scholae, che proprio lunedì approderà di nuovo alla Camera. Dove una maggioranza per approvarle (almeno per quanto riguarda la legge sulla cittadinanza), sulla carta c’è. «Non lo permetteremo – tuona il capogruppo leghista Riccardo Molinari – Se Pd ed M5s vogliono sfidarci, è evidente che non possiamo far finta di nulla». E se la riforma passasse, la Lega farà cadere il governo? «Innanzitutto facciamo cadere i due provvedimenti», la replica. Ma lo spettro della crisi, a fine giornata, sembra tutt’altro che scongiurato. Un timore che si riflette anche nel termometro dello spread. Che prima ieri ha superato i 200 punti, poi, in serata, ha chiuso a 198.

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