LUIGI DI MAIO

Di Maio si dimette, Grillo: «Perché ora?». L'incognita elezioni in Emilia

Giovedì 23 Gennaio 2020 di Simone Canettieri

Grillo gli aveva chiesto di aspettare. Meglio: «Di non dimettersi ora», racconta chi è vicino a Di Maio. Invece l'ormai ex capo politico ha deciso di sfilarsi proprio a quattro giorni dalle regionali in Emilia Romagna, nonostante il discorso di addio lo abbia iniziato a scrivere un mese fa. «Perché proprio adesso? Non poteva aspettare?». Queste domande Grillo le ha rivolte e condivise nelle ultime ore con chi gli ha telefonato per sapere che fine farà il Movimento. «Beppe è molto avvilito», confida, per esempio, Domenico De Masi, sociologo di rifermento del mondo pentastellato. Tutti notano un paio di cose che non tornano a fine serata: Davide Casaleggio esce pubblicamente e ringrazia «Luigi», ma Grillo tace. Così come Di Battista che si limita, dall'Iran, a «un grazie».

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IL GARANTE
Sotto sotto in queste ore sono molti a non capire fino in fondo la tempistica della mossa di Di Maio. I più maliziosi nel M5S dicono che «adesso Luigi scommette su un successo di Matteo Salvini in Emilia per dimostrare che aveva ragione lui: l'alleanza con il Pd può essere un caso, non un fatto strutturale». Per scrollarsi di dosso i soliti sospetti il ministro degli Esteri chiuderà, al contrario di quanto aveva deciso, le campagne elettorali dei candidati pentastellati in Calabria ed Emilia Romagna. Nella riunione ristretta di ieri mattina con ministri e sottosegretari, prima che Laura Castelli facesse scattare l'applauso per il capo dimissionario, ci sono state un paio di frasi che in qualche modo hanno gettato diversi big nello scompiglio. «Secondo i giornali il governo rischia sempre, quindi non è che se lascio io non rischia o rischia di più». Ciò che ha in mente «Luigi lo sa solo lui: a tratti per noi è incomprensibile», confida uno dei presenti al vertice ristretto nella Sala verde del governo.
Di Maio potrebbe tornare dopo gli stati generali. Ma prima urgerà un chiarimento complessivo. D'altronde lo ha ribadito anche ieri: prima dobbiamo capire «cosa» e poi «chi».
Traduzione: prima bisogna stabilire se il M5S è una forza ascrivibile all'alveo del centrosinistra o se, come di fatto ha teorizzato anche ieri Di Maio, è una forza ago della bilancia. Buona per tutte le stagioni. Una volta per governare con Salvini (che infatti usa parole al miele per l'ex sodale di governo: «Non è colpa sua»), un'altra con Nicola Zingaretti, che comunque non fa mancare al ministro degli Esteri «un'affettuosa telefonata».
 

LE MOSSE
Il momento delle decisioni comunque è destinato ad avvicinarsi. Perché occorrerà per le regionali fare una scelta di campo: continuare a correre da soli o provare «il dialogo» con il Pd in Veneto, Campania, Puglia e Marche? Tutto dipenderà dall'esito dell'Emilia domenica notte.
Discorso ancora più diverso per il futuro. La gestione collegiale è auspicata ormai da tutti i big: dal ministro Stefano Patuanelli al presidente della Camera Roberto Fico, passando per Federico D'Incà e Paola Taverna. Roberta Lombardi, capogruppo in Regione Lazio e membro del comitato di garanzia di cui fa parte il reggente Vito Crimi, parla di «intelligenza collettiva». E anzi, ricorda all'ex capo, pur concedendogli l'onore delle armi, che «tutti sono utili e nessuno indispensabile».
Di Maio ha già detto che non uscirà di scena. Spera di ritornare, magari di essere richiamato a gran voce alla prima crisi. Ma i parlamentari non lo vogliono più in cima alla piramide. Anzi, molti dei ribelli che si stanno contando in un documento che diventerà mozione, chiamano alle «armi i colonnelli». Taverna, che non ha ruoli di governo, rimane la maggiore indiziata: amata dalla base, grillina al cento per cento, molto critica con Di Maio, ma mai in pubblico. La nuova gestione allargata partirebbe da lei.

Ultimo aggiornamento: 18:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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