Le Iene: «Altri operai in nero». Scontro sul papà di Di Maio

Martedì 27 Novembre 2018 di Francesco Lo Dico

A parole la premessa è condivisa da tutti: le colpe dei padri non ricadono sui figli. Ma il caso della sospetta assunzione in nero di un operaio nell'impresa di papà Di Maio scatena le opposizioni, in testa Renzi e Boschi che rinfacciano al Movimento di aver attivato in passato senza troppi scrupoli la macchina del fango contro i loro rispettivi genitori. Tutto mentre sui social prevale la solidarietà verso Di Maio.

Boschi al papà di Di Maio: non le auguro ciò che Luigi fece a me

La disputa sulle traversie di Di Maio senior sembra destinata a montare. Nella nuova puntata de Le Iene, in onda stasera, gli inviati della trasmissione tv smentiscono infatti la versione di Di Maio. Il leader del M5s ammette l'assunzione in nero di Pizzo, ma dice che si tratta di un «caso isolato». Pur aggiungendo: mio padre ha fatto errori. L'inviato de Le Iene ribatte che nell'azienda di famiglia risultano, oltre a quello dell'operaio di Pomigliano, almeno altri tre casi di lavoratori fantasma. Ma andiamo per ordine. Ad aprire le polemiche è nella notte di domenica Renzi. Che rievoca «il fango gettato addosso» a suo padre Tiziano, ripercorre «la sua vita distrutta dalla campagna d'odio dei 5Stelle e della Lega», e infine accusa il ministro del Lavoro di essere il «principale responsabile dello sdoganamento dell'odio».

Renzi fa riferimento alla scorsa legislatura, quando il leader M5S gli rivolse dal blog cinque domande sul caso Consip, sormontate da un hashtag piuttosto inquisitorio: #RenziConfessa. Memore delle accuse, l'ex segretario chiede perciò al rivale politico di fare ammenda: «Se vuole essere credibile si scusi con mio padre», tuona l'ex premier. Le parole di Renzi sono sale sulle ferite di Maria Elena Boschi, e cioè proprio colei che pochi mesi fa venne travolta dall'invettiva lanciata in aula da Di Battista sull'onda del caso delle obbligazioni di banca Etruria della quale Boschi senior era vicepresidente. Boschi chiama Di Maio sr «padre del ministro del lavoro nero», e gli augura «di non vivere mai quello che suo figlio e gli amici di suo figlio hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia», perché «il fango fa schifo». «Chiedo cortesemente di non essere accostato a personaggi come il signor Antonio Di Maio. Io non ho mai avuto incidenti sul lavoro in azienda e se si fossero verificati mi sarei preoccupato di curare il ferito nel miglior ospedale, non di nascondere il problema», interviene lo stesso Tiziano Renzi.

L'IRONIA DI SALVINI
Sull'onda delle polemiche, il Pd chiede quindi al vicepremier di riferire in Aula. L'altro vicepremier, Salvini, si tiene invece alla larga dalle grane del partner di governo: «Io sono felice che mio padre sia un tranquillo pensionato», sguscia via. Ma la partita, come si diceva, è destinata ad infiammarsi. Al soldo della ditta di famiglia ci sarebbero stati almeno altri tre muratori in nero, elencati con nomi e cognomi. Il primo avrebbe lavorato nell'impresa edile di Antonio Di Maio per otto mesi, il secondo per tre anni di fila, mentre il terzo avrebbe raccontato di essersi dato alla fuga nei campi a seguito di un'ispezione in un cantiere. «Dovrò chiedere altre spiegazioni a mio padre», è la reazione di un imbarazzato Di Maio. «Al papà avrà fatto più male il fatto che il figlio abbia preso le distanze da lui, una pugnalata al cuore, che non essere stato scoperto», la chiosa del sindaco di Pomigliano, Russo.
 

Ultimo aggiornamento: 22:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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