GIUSEPPE CONTE

M5S, resa dei conti tra Di Maio e Grillo: a Palazzo Chigi è allarme rosso

Sabato 23 Novembre 2019 di Simone Canettieri Marco Conti
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Resa dei conti tra Di Maio e Grillo
A Palazzo Chigi è allarme rosso

I Cinquestelle hanno di fatto partorito cinque micro partitini e nella maggioranza siamo al turbo-caos. Tra i seguaci di Di Maio, i movimentisti del Dibba, i governativi filo-Conte, la sinistra di Fico e i nostalgici della Lega e della poltrona, a palazzo Chigi non sanno più con chi parlare.

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LA CONTA
Se poi si usa la piattaforma Rousseau come moneta da testa o croce, la sbandata è certa ed è probabile uscire fuori strada. La decisione di presentare propri candidati in Emilia Romagna e Calabria ha fatto alzare i livelli di preoccupazione oltre i limiti di guardia. Il Pd si morde la lingua per non creare ulteriori problemi al ministro Gualtieri alle prese con la legge di Bilancio e la trattativa con l’Europa sul fondo salva-stati. La resa dei conti è però solo rimandata, perché i Dem non intendono essere coinvolti in quella che definiscono «estinzione politica» del M5S e si allarga la platea di chi rammenta con terrore precedenti esperienze di “partito responsabile”.

La sessione di Bilancio non favorisce chiarimenti sanguinosi come quelli che potrebbero prodursi nelle aule parlamentari. Ma i temi non mancano e nel Pd cresce la tentazione della sfida per contare chi veramente sta con chi. Sinora per non turbare la già traballante leadership del ministro degli Esteri - che diserta il G20 per l’ennesimo tour elettorale - Conte si è tenuto sempre molto alla larga dalle beghe pentastellate. Ma il fatto di essere a palazzo Chigi su indicazione del Movimento, e non come garante di un contratto, gli permetterebbe di indossare la fascia a seguito dei ripetuti “infortuni” e dell’uscita dal “campo” del leader di Pomigliano. Quest’ultimo, fiutato il vento che ha portato a Roma Beppe Grillo e consorte, sostiene invece che «dopo di me c’è solo Dibba». A palazzo Chigi si trattiene il fiato sperando che nelle due regioni che andranno a gennaio al voto, Pd e M5S possano trovare un’intesa perché una sconfitta in Emilia Romagna finirebbe col travolgere il governo.

«C’è la fila per parlare con Beppe, ma il mio e il nostro timore è che non deciderà nulla». I senatori M5S più ribelli, quelli che martedì chiederanno di cambiare lo Statuto del gruppo per mettere in discussione la leadership zoppicante del capo politico, si sono già prenotati. Ma oggi le porte dell’hotel Forum sono pronte ad aprirsi per Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri questa mattina interromperà il tour in Sicilia per un blitz nella Capitale.

Appuntamento sulla terrazza dell’Hotel vista Fori Imperiali. Ad attenderlo appunto ci sarà Grillo. «Questa volta voglio parlare io, Beppe mi devi ascoltare», è il senso della telefonata di ieri tra il ministro degli Esteri e il Garante. «Sono stanco di metterci sempre la faccia, sempre e solo io. Sul voto su Rousseau erano tutti d’accordo, così come prima lo erano sulla pausa elettorale, ma tutte le critiche me lo sto di nuovo prendendo io». Di Maio ce la con Paola Taverna e Roberto Fico. Proprio quest’ultimo ieri da Napoli ha mandato a dire a Luigi «che serve una riflessione a 360». Ovvero anche sulla figura di capo politico. Di Maio sa di essere assediato e legge con fastidio le smentite del giorno dopo degli uomini che una volta gli erano più vicini: da Riccardo Fraccaro ad Alfonso Bonafede. Entrambi pronti a negare critiche divergenze e attriti. Ma ormai i colpi sul quartiere generale nemmeno si contano più. Il Movimento è in piena implosione.

E Grillo cosa pensa Grillo? Chi ha parlato con il fondatore in queste ore ne è rimasto deluso. «Beppe minimizza, dice che in Emilia Romagna darà una mano, che non bisogna drammatizzare, che occorre arrivare a questi stati generali di marzo senza scossoni all’esecutivo». Il Garante in effetti era per la pausa elettorale, poi davanti alla spinta dei territori ha avallato la scelta di passare da Rousseau, compreso il quesito scritto in quella maniera così bizantina e fuorviante. La lista di persone che vogliono parlare con lui è lunghissima. Ma difficilmente il fondatore asseconderà pulsioni aggressive nei confronti di Di Maio. Anche Davide Casaleggio la pensa così. Il banco non può saltare. Anche perché in caso di elezioni a rimetterci sarebbe proprio il sistema Rousseau che ora si nutre di 300 euro mensili donati da 300 parlamentari. Un pattuglia destinata a dimagrire notevolmente se si ritornasse alle urne.

Ultimo aggiornamento: 10:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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