Csm, Davigo non è più consigliere: sì alla decadenza per raggiunti limiti di età

Lunedì 19 Ottobre 2020
Csm, Davigo non è più consigliere: sì alla decadenza per raggiunti limiti di età

Nel 2018 era stato eletto al Csm con un record di preferenze. Ora quello stesso Consiglio superiore della magistratura ha messo alla porta Piercamillo Davigo, il dottor «Sottile» degli anni gloriosi del pool Mani Pulite, sancendo con una decisione che ha diviso il plenum, la sua decadenza da consigliere. Non può più ricoprire questa carica, che lo ha visto anche giudice disciplinare nel recente processo che ha condannato Luca Palamara alla radiazione della magistratura, perché domani compie 70 anni, l'età massima perché un giudice possa restare in servizio. E, secondo la maggioranza che ha votato per la sua cessazione, non è possibile a un magistrato pensionato restare al Csm.

La questione era molto dibattuta e per nulla pacifica, visto che le norme mentre richiedono espressamente che per essere eletti al Csm si debba essere magistrati in servizio, non prevedono tra le cause di decadenza dalla carica il pensionamento. Tant'è che la stessa Commissione Verifica Titoli prima di proporre al plenum la decadenza di Davigo e la sua sostituzione con il primo dei non eletti al voto del 2018 (il sostituto pg della Cassazione Carmelo Celentano, in lista con Unicost, il cui insediamento avverrà mercoledì) aveva chiesto un parere all'Avvocatura dello Stato. Parere che aveva concluso nel senso indicato oggi dal plenum, ma che nel dibattito che ha preceduto il voto era stato messo in discussione da diversi consiglieri: non solo quelli di Autonomia e Indipendenza, la corrente fondata da Davigo, ma anche da diversi togati di Area e dal laico del M5s Fulvio Gigliotti.

Nelle previsioni della vigilia il confronto tra gli opposti schieramenti si sarebbe dovuto consumare sul filo di lana. Non è andata in questo modo e determinante è risultato il peso dei componenti del Comitato di presidenza del Csm (i vertici della Cassazione e il vice presidente David Ermini) che si sono schierati in maniera convinta , seppur sofferta, per la decadenza di Davigo e hanno scompaginato le carte, inducendo al ripensamento i consiglieri dubbiosi ma anche quelli apertamente critici sulla proposta della Commissione.

Così alla fine la delibera è passata con 13 voti a favore: ai sì iniziali dei togati di Unicost e Magistratura Indipendente, si sono uniti quelli dei laici Filippo Donati (M5S), Emanuele Basile (Lega), Alessio Lanzi e Michele Cerabona (Forza Italia) e dell'indipendente Nino Di Matteo.E si è ingrossata la pattuglia degli astenuti , che ha visto al fianco di Alberto Bendetti (M5s) e di Stefano Cavanna (Lega) anche la maggioranza dei consiglieri di Area ( Giuseppe Cascini, Giovanni Zaccaro e Mario Suriano) per evitare «una palese spaccatura del plenum».

Contro si sono espressi invece tutti i togati di Autonomia e Indipendenza, le togate di Area Alessandra Dal Moro e Elisabetta Chinaglia e il laico Fulvio Gigliotti (M5S). È una decisione « dolorosa e amara ma inevitabile», aveva detto proma del voto Ermini , spiegando che è «la Costituzione che ci costringe a rinunciare a Davigo», perchè prevede che lo status di magistrato in servizio, necessario per l'elezione , vada «mantenuto in seguito per l'equilibrio necessario tra togati e laici». Diversamente si «violerebbe l'equilibrio tra poteri».

© RIPRODUZIONE RISERVATA