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Crisi, ipotesi governo istituzionale, ma prima Fico esploratore

Crisi, ipotesi governo istituzionale, ma prima Fico esploratore
di Marco Conti
5 Minuti di Lettura
Venerdì 29 Gennaio 2021, 01:57

 «Il passaggio è difficile e stretto. Vediamo il M5S». Federico Fornaro, è appena uscito dal Quirinale. Matteo Renzi non ha ancora posto le sue condizioni ad un possibile ritorno in maggioranza, ma l’esponente di Leu è di lungo corso e sa che il prossimo problema da affrontare sarà quello di convincere i grillini a riconoscere che senza Iv e Renzi, non c’è maggioranza. L’obiettivo di Pd e Leu resta sempre quello dell’incarico - pieno o esplorativo - a Conte e non certo a Fico come invece consiglia Renzi, per un incarico esplorativo o magari, come è più probabile, per arrivare ad un governo istituzionale. La strada per uscire dallo stallo è comunque stretta e il Conte-ter rischia di risultare molto costoso, soprattutto per i 5S. Le speranze vengono però alimentate specie dai dem - anche “pompando” la telefonata di Conte a Renzi - per evitare che oggi pomeriggio i grillini si irrigidiscano e dicano “no” a Renzi bloccando qualunque soluzione.


LO ZERO


Come è ovvio nel corso degli incontri al Quirinale non è stata mai avanzata dal Capo dello Stato l’ipotesi di un “esploratore” anche se l’ipotesi si fa strada insieme a quella di un secondo giro di consultazioni che si completeranno oggi con gli incontri con la delegazione grillina e quella composta da Lega, FI e FdI. Per sperare di poter ottenere un nuovo reincarico per Conte, Pd e Leu cercano di cambiare strategia dopo che quella dell’acquisto dei “responsabili” - gestita direttamente da Conte a Palazzo Chigi e avallata da Pd e M5S - si è rivelata un boomerang ed è caduta nel ridicolo con la vicenda del senatore Vitali.

La telefonata di Conte a Renzi, lungi dall’essere durata mezz’ora, ha cementato in pochi minuti la distanza tra i due che rappresentano due diversi sbocchi della crisi e del quadro politico. Conte si è fatto forte in queste settimane del sostegno passivo del M5S che ha seguito lo scontro tra il premier e l’ex segretario del Pd senza entusiasmo attento solo ad evitare che non finisse nel baratro del voto.

 

Molto più attivi i dem che per giorni hanno detto «mai più con Renzi», usato la paura del «voto subito se cade o non c’è Conte» per convincere i “responsabili”, e persino prestato una loro senatrice al gruppo “Per Conte” nel tentativo di rendere ininfluente Renzi e favorire la valanga da Iv. La faccia scura con la quale Nicola Zingaretti ha lasciato ieri il Quirinale, e non a seguito dell’incontro con il Presidente Mattarella quanto per le parole di Renzi, certifica non solo e non tanto le estreme difficoltà di Conte nel restare a Palazzo Chigi con un “ter”, quanto il rischio di un fallimento della linea della segreteria che da tempo insegue l’obiettivo di un’alleanza organica Pd-5S. Obiettivo miseramente fallito sia in Umbria che in Liguria, al momento delle elezioni regionali, ma che può trovare nuova vitalità grazie a Giuseppe Conte che per il Pd resta «il punto più alto» di mediazione al quale affidare il compito di attrarre i moderati nel solito schema a suo tempo applicato con Rutelli, poi con Prodi e infine - anche se non troppo riuscito - con lo stesso Renzi. 

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Senza Conte a Palazzo Chigi, e con le elezioni tra due anni, questa linea rischia di fallire. Se così andrà - sostengono i renziani - non sarà un bel giorno per Zingaretti e per quella parte del Pd legata a Massimo D’Alema e largamente presente nel governo, che di fatto hanno autorizzato Conte a tenere ai margini Iv e soprattutto Renzi. Una serrata gestione del potere in grado di attrarre qualche grillino, nella fondata convinzione che per il resto della pattuglia Cinquestelle è già una gratificazione completare la legislatura. Renzi ha reagito, a modo suo, verso la fine dello scorso anno, quando la pattuglia ministeriale Pd, insieme a Conte, ha pensato di santificare questa unione attraverso la “cabina di regia” contenuta in quel Recovery Plan che a dicembre si pensava di introdurre come emendamento alla legge di Bilancio.


Per scardinare quell’asse Renzi ha trovato sponde sicure nel centrodestra dal primo giorno nel quale è iniziato lo scontro con Conte e sino a mercoledì notte quando una pattuglia di parlamentari leghisti si è presentata a casa del senatore Vitali per riportarlo in FI. Senza la voglia di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini di abbattere Conte a Renzi sarebbe stato infatti difficile tenere la sua truppa di parlamentari, alcuni spaventati e timorosi per la linea del capo. Invece il Cavaliere, e soprattutto Salvini, hanno evitato la fuga di senatori verso i “responsabili” limitandola al massimo e non consentendo comunque a Conte di poter restare in sella senza Iv.

Evocare Draghi e, come alternativa al governo politico quello tecnico o istituzionale, serve quindi a Renzi per attrarre il centrodestra, tutto o in parte, in un progetto di governo di tutti, o quasi, che permetta di arrivare a fine legislatura. Salvini, anche se sta molto attento a non scoprirsi a destra e a lasciare spazio alla Meloni, sembra tentato di seguire i consigli di Giancarlo Giorgetti e sinora ha lavorato per tenere unito il centrodestra evitando fughe che avrebbero favorito la nascita del gruppo-Conte. Ma se per FI non sarebbe la prima volta, per la Lega sarebbe un cambio di linea non da poco anche se il sostegno, diretto o indiretto, ad un governo istituzionale permetterebbe anche al Nord di dire la sua sul Next Generation Eu.
 

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