Crisi di Governo, avanza il Conte ter, ma è ostacolato dai sospetti fra i partiti “alleati”

Crisi di Governo, avanza il Conte ter, ma è ostacolato dai sospetti fra i partiti “alleati”
di Diodato Pirone
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Lunedì 25 Gennaio 2021, 11:10 - Ultimo aggiornamento: 14:22

È stato Luigi Di Maio, ieri, a fissare i nuovi paletti della crisi di Governo: il voto in programma mercoledì a Montecitorio e probabilmente giovedì a Palazzo Madama sulla relazione sullo stato della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede sarà in realtà un voto sul governo. In sostanza: se non ci saranno i numeri a favore del l'esecutivo (e al momento i numeri non ci sono), il passaggio decreterà la morte del governo Giuseppe Conte /2.

Le trattative

La mossa di Di Maio si spiega anche con la volontà dei 5Stelle di drammatizzare il passaggio e di legarlo all'ipotesi di voto anticipato per premere affinché i senatori indecisi (molti ex 5Stelle) votino a favore del governo.

Ma al di là dei comprensibili tatticismi del momento davvero si sta andando verso un Conte Ter? E, se sì, quali sono i passaggi prevedibili?

Innanzitutto va detto che con ogni probabilità la giornata decisiva sarà quella di domani. Se davvero il premier si dovesse convincere che la costituzione di un gruppo di "Costruttori" al Senato non sia in grado di sostituire i 16 (erano 18 prima della crisi) senatori di Italia Viva, non rimarrebbe che imboccare la salita che porta al Colle per le dimissioni.

Poiché però sia il M5s che il Pd sostengono che Conte sia l'unico punto di equilibrio per mantenere in piedi la legislatura l'ipotesi più probabile al momento è quella di un reincarico a Conte da parte del Capo dello Stato Sergio Mattarella, con la conseguente nascita di un Conte/ter sulla base di un patto di legislatura fra i quattro partiti della vecchia maggioranza, M5s, Pd, Leu e Italia Viva.

A questo patto stanno lavorando vari "pontieri" sia nel Pd che fra i 5Stelle con gli stessi renziani che, a partire dal coordinatore Ettore Rosato, hanno fatto sapere anche tramite un'intervista al Messaggero di non porre "veti e preclusioni". Tradotto: non ci sarebbe alcun veto ad un reincarico a Conte.

Il vero problema del Conte Ter sono i termini dell'eventuale patto di legislatura che si preannunciatìno assai complessi. Non solo per l'incredibile farragginosità del sistema politico italiano mantenuto in piedi dalla vittoria del "no" al referendum del 2016 paradossalmente sfruttate a pieno dal piccolo partito di Matteo Renzi, ma perché si avvicinano scadenze di enorme portata. L 'Unione Europea sta per chiedere tempi certi per riforme profonde, come quella fiscale, da affiancare al sì di Bruxelles al Recovery Plan. Se mai nascerà il Conte Ter dovrà gestire un'agenda ciclopica come è capitato a pochi governi della Repubblica. Esserne all'altezza sarà una missione ai limiti dell'impossibile.

Le avvisaglie c’erano già da venerdì. Tramite Bruno Tabacci, avvistato mentre per due volte varcava il portone di Palazzo Chigi, i centristi avevano recapitato a Giuseppe Conte un messaggio chiaro: l’unica via per far materializzare la “quarta gamba” e veder nascere un nuovo gruppo parlamentare è quella di aprire una crisi formale. Dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e poi appello alle forze politiche per provare a ottenere un reincarico e dare vita a un Conte ter. Una strada che appare ormai quasi obbligata: senza garanzie di discontinuità (e senza vedere nero su bianco la nuova squadra) i “costruttori” non hanno alcuna intenzione di palesarsi.

Il pressing di Pd e M5S

Come anticipato sabato sul Sole 24 Ore, la mossa del premier dovrebbe materializzarsi entro martedì 26 gennaio ed è il frutto di un lungo pressing sia da parte del Pd, lacerato al suo interno tra la linea di Goffredo Bettini e Andrea Orlando - “o Conte o voto” - e quella molto più morbida dei parlamentari convinti della necessità di riprendere il dialogo con Matteo Renzi, sia da parte di un pezzo del M5S. 

La speranza di una crisi pilotata

Per evitare lo showdown, che comporterebbe per lo stesso Conte l’impossibilità di vedersi affidato un nuovo incarico da Mattarella, il premier si è alla fine convinto al passo che dalla rottura con Italia Viva non ha mai voluto compiere, per il timore di agguati in corso d’opera. Non si fida, il capo del governo. Né delle rassicurazioni dei moderati né soprattutto di Renzi, che in caso di dimissioni rientrerebbe in campo a pieno titolo per costruire la nuova maggioranza allargata. Ma nel fine settimana appena trascorso i suoi pontieri hanno lavorato senza sosta a un accordo con i “responsabili” per un patto di fine legislatura. La speranza è salire al Colle con un’intesa già in tasca e poter imboccare la via di una crisi pilotata che porti dritta al ter.

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