Conte, Salvini e Meloni in trincea non si fidano dei moderati: «È un mercimonio, basta»

Conte, Salvini e Meloni in trincea non si fidano dei moderati: «È un mercimonio, basta»
di Barbara Acquaviti
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Martedì 19 Gennaio 2021, 06:57 - Ultimo aggiornamento: 12:05

«A me pare che il centrodestra stia dando una bella immagine di sé». Nella frase soddisfatta che un senatore di opposizione pronuncia a metà pomeriggio la parola chiave è proprio «immagine». Perché il punto è questo, i vertici continui, cui seguono sempre comunicati congiunti, così come la risoluzione unitaria presentata ieri alla Camera, raccontano di una coalizione che cerca di muoversi a testuggine in questa crisi. Ma la war room perenne non basta e a sera la doccia fredda arriva dal primo pezzo che se ne va via: Renata Polverini decide di votare la fiducia e lasciare Forza Italia. «Il mio è un atto di responsabilità». I vertici azzurri reagiscono con durezza: «Si è venduta per un piatto di lenticchie». «Non ne sapevo nulla, non ci aveva avvertiti» ma al Senato non ci saranno defezioni, assicura Antonio Tajani. Ora, però, quello che era un timore ricacciato nelle conversazioni, è diventato un dato di fatto con cui fare i conti.
Non è un caso se il mood più in voga è sempre lo stesso: anche se reggiamo, dopo il voto di palazzo Madama si apre una partita completamente nuova. E la mossa del premier, Giuseppe Conte, di promettere una iniziativa a favore di una legge elettorale proporzionale, contribuisce ad alimentare la diffidenza reciproca sul day after. Un assist a chi nella coalizione di centrodestra - non vuole «morire sovranista» e spera così di liberarsi dalla tenaglia di Lega e FdI. Matteo Salvini cerca subito di depotenziare la mossa e tirare l'amo fuori dallo stagno prima che qualcuno abbocchi. «La legge elettorale... Vabbè, è ufficiale, ormai costui vive su Marte».

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Il pressing nei confronti di eventuali indecisi da parte delle forze di maggioranza viene raccontato è continuo. Per questo, quotidianamente, da giorni, i parlamentari di centrodestra vengono monitorati dai capi, raggiunti da telefonate in cui si chiede loro la «prova di fedeltà».
I centristi ribadiscono ancora una volta, pubblicamente, che non voteranno la fiducia. Ma le aperture sul futuro della senatrice Paola Binetti insospettiscono: «Il premier ha detto una serie di vedremo, faremo, vedremo cosa farà», butta lì. I giallorossi, poi, confidano nella nota attitudine di Silvio Berlusconi a giocare su più tavoli. Giorgia Meloni accusa Conte di «mercimonio». Con «Mastella airlines» fate «rimpiangere la Prima Repubblica», dice, ricordando che nel 2018 il capo dello Stato non volle dare l'incarico al centrodestra perché non aveva numeri certi: «E le regole valgono per tutti».

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LO STRESS TEST
Ma tutti sanno bene che il vero stress test per la coalizione sarà il secondo tempo di questo film della crisi. Perché, se un nuovo governo dovesse prendere il via, non ci sarebbero soltanto da distribuire posti di governo. Il tema centrale ammettono nei capannelli dell'opposizione è la possibilità che nasca o meno un partito di Conte, un punto di riferimento per tutta l'aria moderata che come spiega con molto pragmatismo un senatore di lungo corso non dovendosi preoccupare del taglio dei propri parlamentari può fare tutte le promesse che vuole. Uno scenario che Matteo Salvini raccontano - sta cercando di stoppare rassicurando cespugli e indecisi: «Quando arriverà il momento, saremo generosi».

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