Referendum, i dubbi della Consulta. Rosso-gialli: avanti col Germanicum

Giovedì 16 Gennaio 2020 di Alberto Gentili
Referendum, i dubbi della Consulta. Rosso-gialli: avanti col Germanicum

Sarà deciso oggi il destino del referendum della Lega per il sistema elettorale maggioritario. La Corte costituzionale, presieduta da Marta Cartabia, dopo che in camera di consiglio hanno duellato gli avvocati Giovanni Guzzetta e Felice Besostri, ha infatti deciso di rinviare a questa mattina il verdetto finale.
In base a ciò che filtra da palazzo della Consulta, i giudici sarebbero orientati a bocciare il referendum. Ma l'esito è tutt'altro che scontato, visto che lo scarto sarebbe minimo: uno o due voti. A far pendere la bilancia verso la bocciatura sarebbe la mancanza, nel quesito scritto dal leghista Roberto Calderoli, dell'auto-applicabilità della norma che salterebbe fuori in caso di vittoria del sì, in quanto il referendum non garantirebbe una legge elettorale immediatamente applicabile e operativa. Per dirla con Besostri, «se il referendum passasse si creerebbe un vuoto nella definizione dei collegi elettorali». In più, ma su questo la Corte chiamata a decidere solo sull'ammissibilità non interverrà, «sarebbero forti i dubbi di incostituzionalità».

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Calderoli però si dichiara comunque «ottimista». E Matteo Salvini lancia un appello: «Mi aspetto che gli italiani possano scegliere, possano votare, che non venga loro sottratto questo strumento di democrazia che è il referendum. Perché la legge elettorale non può essere chiusa in due stanze fra tre partitini che vogliono tornare al proporzionale per salvare la poltrona. Mi auguro che la Consulta dia la parola al popolo». Decisamente più pessimista Giancarlo Giorgetti che ricorre a una metafora calcistica: «Noi della Lega in questa partita siamo il Sassuolo, Franceschini che non vuole il referendum è la Juventus».

TRINCEA DELLA MAGGIORANZA
Di certo, c'è che 5Stelle, Pd, Italia Viva e Liberi e uguali che con Federico Fornaro si sono costituiti in giudizio, tifano come forsennati per la bocciatura della consultazione. Primo, perché «il quesito non sta in piedi e se approvato farebbe solo danni». Secondo, ed è la ragione sostanziale, perché «il referendum diventerebbe un plebiscito pro o contro Salvini», come afferma un ministro dem, «e di tutto questo Paese ha bisogno, tranne che di un nuovo scontro lacerante che darebbe ulteriore visibilità e peso una destra pericolosa per l'Italia».
Per questo nella maggioranza già si affronta la questione del dopo, se la Corte dovesse ritenere ammissibile il quesito. E siccome l'imperativo sarà evitare il voto sul referendum, in molti ritengono che per stopparlo basterebbe approvare in tutta fretta il Germanicum, il modello con proporzionale e sbarramento al 5% su cui i rosso-gialli hanno stretto un'intesa di massima. «Per annullare e azzerare il referendum», dice Gianclaudio Bressa, grande esperto di materia costituzionali, «sarà sufficiente approvare il Germanicum, in questo modo non ci sarebbe più l'oggetto del quesito: il Rosatellum». E afferma il dem Matteo Orfini: «Il Parlamento è sovrano, può tranquillamente approvare il proporzionale con sbarramento e il referendum non potrebbe più essere celebrato».

Questa pista è però tutt'altro che pacifica. Non ci sono precedenti di questo tipo e non c'è di riflesso neppure una dottrina consolidata. L'espediente potrebbe essere quello di approvare il Germanicum sottolineando la permanenza dei collegi uninominali (maggioritari) della Valle d'Aosta e del Trentino Alto Adige. Però c'è chi sostiene che in attesa del pronunciamento della Corte, chiamata a valutare se il referendum è davvero annullato dal varo della legge elettorale proporzionale, il capo dello Stato mettere in stand-by la riforma rinviando la sua firma sul provvedimento.

Visto il potenziale caos, nella maggioranza c'è un'altra scuola di pensiero. Quella in base alla quale, per scongiurare il voto sul referendum, sarebbe indispensabile inserire una quota di maggioritario in modo da venire incontro alla proposta dei promotori della consultazione. «La nuova legge elettorale», dice un altro esponente dem che chiede l'anonimato, «deve per forza di cose andare nella direzione indicata dal quesito. Se ciò non avvenisse i promotori, che hanno rilevanza costituzionale, potrebbero promuovere un conflitto di attribuzione contro il Parlamento». Ed è per questo che in queste ore c'è chi non esclude il ripescaggio del Mattarellum: la legge elettorale scritta dal presidente della Repubblica, rispolverata martedì da Salvini con il chiaro intento di mettere in difficoltà il Pd e insinuare qualche dubbio tra i giudici costituzionali.
 

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