Così il "modello" Alto Adige provoca una valanga di ricorsi alla Consulta

Giovedì 14 Febbraio 2019 di Federico Guiglia
C'è già il precedente. L'autonomia che oggi richiedono il Veneto e la Lombardia, e sull'onda l'Emilia-Romagna più le rimanenti regioni del Nord che ne vorranno seguire la navigazione, ha almeno un pregio: non c'è bisogno di indovinare come andrà a finire, perché da quarantasette anni esiste e funziona a pieno ritmo il modello d'ispirazione, ossia l'invidiatissimo meccanismo legislativo e amministrativo in vigore nel Trentino-Alto Adige.

LA PARTENZA
Anche se l'approccio è stavolta di natura ordinaria, in confronto all'autonomia invece speciale e costituzionale che il Parlamento accordò nel 1972 a questa privilegiata Regione contigua al Veneto, e che assegnò soprattutto alle Province di Bolzano e di Trento separatamente, l'impostazione è troppo simile per non essere esaminata con cura.

Si parte allo stesso modo, con una serie di importanti materie (scuola, sanità, tutela delle opere artistiche e chi più ne ha, più ne metta), per le quali le regioni invocano, con rispettosa discrezione, competenze esclusive o concorrenti rispetto alle prerogative dello Stato.

In apparenza sono spesso misure di buonsenso, con la promessa di gestirle d'amore e d'accordo con Roma. Peccato però che, sulla base della consolidata esperienza altoatesina e trentina, l'esito di tali in astratto innocue e ragionevoli richieste -far valere il principio di responsabilità: decide e ne risponde al cittadino l'istituzione più vicina sul territorio-, non è quella della «leale collaborazione» fra i ministeri del governo a Roma e l'autonoma Regione, bensì il conflitto permanente fra le parti davanti alla Corte Costituzionale.

TIRA E MOLLA
Perché più la Regione ha, più pretende d'avere. Lo testimoniano da anni le sentenze della Corte sui contenziosi di o contro Bolzano e Trento. Dunque, in quasi mezzo secolo è avvenuto l'esatto contrario di quanto proclamato con candore rispetto alla lontana, sorda e burocratica Capitale d'Italia.
Ma l'elenco dei poteri sollecitati, che sono molti e ben dettagliati, non chiude mai la trattativa con Roma: al contrario, la apre all'infinito. Perché alle competenze che il Parlamento potrà riconoscere, seguiranno norme d'attuazione, come insegna il modello altoatesino. E tali norme saranno fatte dalle immancabili commissioni paritetiche, cioè metà rappresentati dello Stato e metà delle Regioni. Più agguerriti e motivati, quest'ultimi, e vincitori annunciati di ogni braccio di ferro.

DISPARITÀ DI TRATTAMENTO
Ma la Repubblica quali strumenti ha per impedire la disparità di trattamento fra i cittadini fortunati, perché residenti in regioni autonome (in Alto Adige più del 90 per cento delle risorse resta lì), e gli altri costretti solo a sognare l'erba più verde del vicino? Uno solo: il ricorso alla Corte Costituzionale. Ma bisogna impugnare la legge regionale subito -altrimenti il ricorso decade-, e motivarne bene il perché, per evitare il no della Corte: la beffa dopo il danno lamentato.

Tuttavia, il ministero per gli Affari regionali e le autonomie, che è preposto alla preparazione dei ricorsi del governo, spesso diventa Davide contro le Regioni-Golia. Quasi fosse un delitto di lesa maestà autonomistica impugnare una legge regionale mal fatta o prevaricatrice: siamo o non siamo federalisti?, è il mantra automatico per funzionari e giuristi chiamati semplicemente a fare il loro dovere.
L'ultima perla dello sperimentato autonomismo? La Regione Trentino-Alto Adige aveva istituito un nuovo Comune chiamandolo solo in ladino. San Giovanni di Fassa-Sèn Jan, è dovuta intervenire e correggere col bilinguismo la Corte Costituzionale, ricordando che la madrelingua dell'Italia è quella di Dante Alighieri.
Gli autonomisti se l'erano proprio dimenticato. Ultimo aggiornamento: 08:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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