Cartabia, scossa ai giudici: «Tornino ad avere statura»

Cartabia, scossa ai giudici: «Tornino ad avere statura»
di Diodato Pirone
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Lunedì 21 Giugno 2021, 07:48 - Ultimo aggiornamento: 07:49

Marta Cartabia ieri ha scosso la magistratura. La ministra della Giustizia, ed ex presidente della Corte Costituzionale, a poche ore dalle polemiche durissime sui referendum sulla giustizia fra l'Associazione Nazionale Magistrati che ha preannunciato una «ferma reazione» e il leader della Lega Matteo Salvini che li ha difesi a spada tratta, ha fatto ricorso a frasi durissime ed inequivocabili per sottolineare non solo la necessità di una riforma profonda della Giustizia ma soprattutto di un salto di qualità morale dell'intera categoria.
Da Taormina, dove era ospite dio di Benedetta Tobagi nell'ambito di TaoBuk 2021, la ministra è stata protagonista di un intervento di ampio respiro andato dall'estradizione dei terroristi da parte della Francia alla crisi della magistratura.

Ed è proprio su questo tema che Marta Cartabia ha usato le parole più puntute, citando molto il giudice Livatino e portandolo ad esempio ai suoi colleghi. «Diciamolo pure - ha esordito - La magistratura sta attraversando una fase di crisi, una crisi di credibilità e, soprattutto, ai miei occhi più grave, di crisi della fiducia dei cittadini. Ci vorrebbero più Livatino», ha sottolineato la ministra.

FORTE PREOCCUPAZIONE

Cartabia è sembrata molto preoccupata per le ripercussioni sul rapporto fra magistrati e opinione pubblica. «Tante volte in questi mesi mi sono sentita porre una domanda che fa tremare le vene ai polsi: Ministro, come possiamo tornare ad avere fiducia nella giustizia?. È una domanda che non si può liquidare come qualche parola di consolazione, è una domanda che dobbiamo guardare con attenzione». Il ministro, quindi, ha aggiunto: «Dobbiamo fare di tutto perché il giudice torni ad avere quella statura che la Costituzione gli chiede, nel momento del giuramento. L'articolo 54 chiede disciplina e onore. Sembrano parole d'altri tempi ma oggi sentiamo che abbiamo bisogno di potere identificare dei giudici così».

E non è finita qui. Alla vigilia delle riforme il messaggio della ministra è chiarissimo: «Possiamo discutere su ogni riforma possibile, e lo stiamo facendo. Cambieremo tutto quello che deve essere cambiato. Ma tutto questo, dobbiamo esserne consapevoli, potrà al più aiutare a contrastare le patologie, ma nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice».

Cartabia ha scelto una sede non casuale per la sua analisi: la Sicilia e l'occasione del ricordo che l'Associazione nazionale magistrati dedica a Rosario Livatino, il giudice freddato nel 1990, a 38 anni, da quattro sicari dalla Stidda (individuati e condannati all'ergastolo) e proclamato beato. Un magistrato che senza dubbio ha incarnato le parole della Costituzione che indicano l'obbligo della «dignità e dell'onore».
E infatti la ministra ha citato Livatino come, un «modello di magistrato senza tempo con la sua vita e la sua professionalità, prima ancora che con il suo supremo sacrificio».

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Le riflessioni della ministra sul modello Livatino indicano una strada alle toghe di oggi. Lui era «un testimone di giustizia per il suo quotidiano impegno di essere e apparire, sempre, un magistrato degno della toga che indossava». L'espressione magistrato degno, l'uso dell'avverbio sempre sono assai significative perché la ministra ha inteso ribadire che nessuna legge può imporre uno stile di vita esemplare che deve essere fatto proprio per convinzione profonda. La ministra è tornato ancora su Livatino: «L'indipendenza del giudice è nella credibilità che il giudice riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività». Infine un ulteriore messaggio alle toghe: «Soppesiamo ogni parola: indipendenza, credibilità, travaglio». Parole che secondo Marta Cartabia possono essere «una traccia per ripartire dai tanti LIvatino che sono presenti nella magistratura e che operano in silenzio».

 

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