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Quattro scenari in caso di caduta del governo: dalla sfiducia allo strappo a settembre

Le scadenze con l’Europa e sulla legge di Bilancio

Quattro scenari in caso di caduta del governo: dalla sfiducia allo strappo a settembre
di Ernesto Menicucci
5 Minuti di Lettura
Sabato 9 Luglio 2022, 00:02

Una potenziale crisi di governo alle porte, quattro scenari diversi. Due che contemplano il fatto che M5S voti – pur se tra qualche mal di pancia – la fiducia al governo Draghi. Tutto finito? Dipende. Perché il rischio del Papeete due, che tanto agita la maggioranza e forse anche lo stesso Conte (che non vorrebbe passare per il novello Salvini, dopo essere stato ribattezzato l’uomo degli ultimatum) sarebbe a quel punto scongiurato ma con la possibilità che la tentazione di strappare si ripresenti subito dopo l’estate, con tempistiche a quel punto ancora più difficili da gestire. 

Draghi bis o elezioni in autunno: che succede se M5S apre la crisi di governo?

LE MANOVRE

Altra possibilità, M5S vota la sfiducia al governo Draghi e allora sì che si aprirebbe la crisi. Anche se, in questo caso, non è detto che lo sbocco siano le urne a settembre. Oggi, a parole, tutti lo escludono (soprattutto il diretto interessato) ma c’è chi sta già pensando ad un Draghi bis, nel segno dell’emergenza nazionale, della guerra in corso, delle scadenze da portare avanti. E il premier, suo malgrado, potrebbe anche accettare, magari su consiglio del Colle. Del resto, proprio Mattarella docet: il bis, allontanato per anni come fosse l’amaro calice, si è rivelato l’unica luce possibile, quando tutte le altre si erano spente.

I quattro scenari

1. Sì alla fiducia, Legislatura salva ma c’è il rebus della data del voto

Il primo scenario è quello meno traumatico. A palazzo Madama i senatori cinquestelle non strappano e votano la fiducia al governo Draghi. Al netto dei tentennamenti contiani, questa è considerata ancora l’ipotesi più plausibile. Si arriverebbe così, salvo ulteriori scossoni e comunque tra una fibrillazione l’altra, al termine della legislatura. Resterebbe quindi la sola incognita della data del voto. Nel 2018 si votò il 4 marzo, con il governo insediato il 23. Per cui le Camere andrebbero sciolte attorno alla fine di marzo 2023, per poi votare entro 60 giorni. Una scadenza che molti all’interno del Parlamento avrebbero tutta l’intenzione di sfruttare fino all’ultimo istante utile, arrivando alla fine di maggio. Non solo per permettere a Draghi di impostare le scadenze del Pnrr attese a giugno, ma anche - per i tanti che resteranno fuori dal Parlamento “dimezzato” al prossimo giro - per batter cassa qualche mese in più.

2. Sfiducia/1: il premier si dimette e la crisi è “balneare”. Urne a settembre

Una crisi lampo, “balneare”. Un no dei cinquestelle al governo Draghi entro venerdì, quando il dl Aiuti dovrà essere licenziato da Palazzo Madama. E un problema politico grosso come un macigno. Perché se è vero che senza l’apporto dei grillini l’esecutivo di Mario Draghi potrebbe comunque contare su un ampio sostegno in parlamento, non è escluso che in caso di crisi il premier decida di sfilarsi. Del resto Draghi l’aveva già anticipato tempo fa: «Questo governo non si fa senza il Movimento». E ancora: «Non sarò presidente con un’altra maggioranza». Dunque, dimissioni e apertura della crisi. La palla passa al capo dello Stato, che avvia le consultazioni. E lo scenario del voto dopo l’estate, (a settembre, prima che cominci la sessione di bilancio), qualora gli altri partiti dicessero “no” a un nuovo governo di unità nazionale, diventerebbe molto più che un’ipotesi remota. 

 

3. Strappo a settembre. Elezioni a novembre tempi molto stretti per  e PnrrManovra

Settembre rischia di essere un mese di fuoco per l’esecutivo. Non solo per la promessa di Matteo Salvini di far tornare centrale la Pontida leghista (il raduno è previsto per il 17 eil 18 settembre), quanto perché sul tavolo dell’esecutivo finiranno dossier importanti e divisivi come il Superbonus 110% e il Reddito di cittadinanza. Poi con le elezioni potenzialmente a meno di 6 mesi e una campagna elettorale per le regionali siciliane in corso, l’effetto valanga è dietro l’angolo. Staccare la spina al governo subito dopo le vacanze però, significa non solo lasciare il Paese sguarnito davanti ad una probabile nuova ondata Covid o ai rincari autunnali dell’energia dovuti alla guerra, ma soprattutto compromettere la Legge di bilancio (da approvare entro il 31 dicembre, pena l’esercizio provvisorio) e paralizzare i 55 obiettivi da raggiungere per sbloccare la terza rata del Pnrr.

4. Sfiducia/2 Avanti senza M5S con il Draghi bis o un altro esecutivo

È una delle ipotesi più concrete, tra quelle su cui in queste ore ragionano gli sherpa della maggioranza. Che si fa, se Conte apre la crisi? Lo scenario più naturale, in caso di addio dei cinquestelle (e numeri ancora solidi alle Camere), appare quella del Draghi bis. Il premier resta in sella (con la benedizione del Quirinale) e il governo va avanti. Magari con un rimpasto, non per forza limitato alle caselle lasciate vuote dai cinquestelle. Il premier l’ha escluso, e anche il Pd. Ma la situazione internazionale e la crisi economica potrebbero far cambiare idea a entrambi. Oppure, in caso di indisponibilità di Draghi, non è escluso che l’unità nazionale possa proseguire con un altro premier. Una figura tecnica, di “alto profilo”, che traghetti il paese alle urne la prossima primavera.

Schede a cura di Andrea Bulleri e Francesco Malfetano

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