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Sfiducia a Bonafede, il Senato respinge le due mozioni: ministro salvo. «Soddisfatto, ora al lavoro»

Mercoledì 20 Maggio 2020
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Sfiducia Bonafede, iniziata al Senato la discussione. M5S e Pd: si rischia la crisi. Conte vede la Boschi

L'affondo di Italia Viva al Senato, alla fine non c'è stato: la doppia mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede viene respinta in una mattinata segnata da una iniziale suspense ma dalla quale, alle fine, il governo esce indenne. Certo, i numeri della maggioranza a Palazzo Madama restano esigui.

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La mozione del centrodestra unito viene respinta con 160 «no», quella di Più Europa con 158. Con Iv che, non a caso, rivendica a gran voce di essere stata «decisiva». Per Matteo Renzi, insomma, non è il tempo della crisi. «Conte ha dato segnali importanti ma c'è ancora molto da fare», scandisce in Aula l'ex premier. La mattinata inizia con la foto plastica di Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede che entrano a Palazzo Madama. Dietro di loro, il titolare della Salute Roberto Speranza. L'aula è gremita, tra gli scranni dei pentastellati c'è quasi il tutto esaurito. Giuseppe Conte arriva al Senato solo in un secondo tempo, quando orami è chiaro che Iv non voterà contro Bonafede. Il premier ascolta prima Renzi, poi la replica del titolare della Giustizia. Bonafede che, nel suo intervento, apre al ruolo di una commissione ministeriale sulla riforma della prescrizione, difende il suo operato spiegando che «sulle scarcerazioni dei boss c'è stata una coltre di menzogne senza contatto con la realtà».

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E, soprattutto, sottolinea come il confronto con le forze della maggioranza sulla giustizia sarà «costante e improntato su una leale collaborazione». Ad Iv, per ora può bastare. Del resto l'incontro di ieri tra Maria Elena Boschi e Conte ha tarpato ogni ipotesi di blitz. Se la nostra sfiducia avesse innescato una crisi? «Non credo che Conte bluffasse», in serata sottolinea la capogruppo Iv alla Camera. Ma Renzi, al Senato, non evita attacchi al «grillismo» in un intervento, preannuncia, «tra i più difficili della mia vita». Bonafede sia «il ministro della Giustizia, non del giustizialismo», attacca l'ex premier spiegando di non volere poltrone ma «lo sblocco» dei cantieri e rimarcando la necessità di «rifiutare la cultura del sospetto». La difesa del M5S del suo ministro, per dirla come Federico D'Incà, è granitica. E anche il Pd vota convintamente contro la mozione di sfiducia. Ma appare essere un voto più «politico» che sull'operato del Guardasigilli. «Non c'è alternativa, ma la sua gestione è pessima», attacca di prima mattina Matteo Orfini mentre il capogruppo Dem al Senato Andrea Marcucci, avverte: «d'ora in poi il ministro ricordi di stare in una coalizione». La replica di Bonafede non porta altre novità e alla fine il ministro, «soddisfatto», lascia Palazzo Madama puntualizzando: «Ho sempre rigettato l'idea di una giustizia divisa tra giustizialismo e garantismo. La stella polare è la Costituzione». Il «no» alla sfiducia, prevedibilmente, fa infuriare le opposizioni, che parlando di scambio di poltrone tra Iv, Pd e M5S per tenere in piedi il governo. «Il voto sul ministro non è stato gratis», accusa Matteo Salvini al termine di una seduta segnata anche dal «vaffa» dell'ex M5S Mario Michele Giarrusso perché, a suo dire, gli erano stati concessi meno dei 5 minuti previsti per l'intervento. Proprio tra i Cinque Stelle compare l'unica astensione: Tiziana Drago, già balzate alle cronache per aver partecipato al congresso sulla famiglia di Verona promossa dalla Lega nel Conte 1. Regge, per il resto, il gruppo pentastellato. Ma il voto di questa mattina rischia di essere solo un assaggio di quello che potrebbe accadere sul Mes. Per ora, Conte, guarda avanti. Al decreto semplificazioni, innanzitutto. E torna ad aprire alle opposizioni. «Sono tanti i progetti di riforma su cui possono offrire il proprio contributo», spiega nell'anticipazione di un'intervista al Foglio.

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Ultimo aggiornamento: 21 Maggio, 08:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA