ELEZIONI EMILIA ROMAGNA

Bonaccini, il governatore che ha vinto sui temi reali: «L'arroganza non paga»

Lunedì 27 Gennaio 2020 di Mario Ajello
Bonaccini, il governatore che ha vinto sui temi reali: «L'arroganza non paga»

dal nostro inviato
BOLOGNA «L'arroganza non paga», dice nella notte Stefano Bonaccini gustandosi la vittoria come una tagliatella ben meritata. «Salvini voleva liberarci? Ma noi siamo stati liberati 75 anni fa». Eppure si sentono gli scricchiolii del sistema dell'Emilia rossa che crolla. Se alla fine il modello social-comunista-dem che ha dominato più di un secolo si salverà, sia pure stentando e soffrendo come non mai, di sicuro c'è che il terremoto è in corso. Ma Stefano Bonaccini ci ha messo una pezza. Non ce l'ha messa il Pd, che è screditato, ce l'ha messa lui («Questa vittoria è una lezione per il futuro, ci eravamo dimenticati di stare in piazza»).

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Offrendosi come alternativa al superomismo di Salvini, alla roboante campagna del leader della Lega tutta all'insegna liberiamo l'Emilia-Romagna dalla sinistra e alla sinistra del militantismo ideologico. Ha vinto con l'asetticità di chi, mentre gli altri allestivano il circo a Bibbiano, girava per borghi e contrade all'insegna del basso profilo e con parole così: «Sarò noioso ma credo di aver migliorato il ticket sanitario». E mentre i sinistresi scaricavano improperi social su Sinisa Mihajlovic, l'amatissimo allenatore del Bologna malato di leucemia, colpevole di essersi schierato con Salvini e Borgonzoni, Stefanone invece di urlare al fascista diceva educatamente: «Mihajlovic sta combattendo la partita più importante della sua vita. Scelga da che parte stare politicamente, io gli vorrò bene comunque».

IL FORMAT
Bonaccini ha scelto il format opposto a quello di Salvini, non altisonante («La scelta di usare l'Emilia-Romagna per altri fini gli emiliano-romagnoli l'hanno capita»). Umile. Con lo stampo del faticatore modello vecchio Pci, pragmatico e tradizionale, tipico esemplare della vecchia filiera dei dirigenti sfornati da una scuola di organizzazione politica che non c'è più ma evidentemente qualcosa dev'essere rimasto in qualche raro esemplare. Come lui.
 


«Io non sono uno che fa le citofonate». Ma ha fatto il porta a porta. Non si è arreso alla marea montante dalle campagne e dagli Appennini che diceva Lega e contro «chi viene da fuori e ci vuole lombardizzare» ha puntato sull'identità e su un modello che viene da lontano e che ha tante pecche e chissà se ha un futuro: il modello cooperativo, lo sviluppismo unito alla solidarietà e quel che resta dell'insieme di partito (sia pure al tramonto e da lui non esibito, anzi è sembrato vergognarsi del Pd), sindacato, cooperativa, municipalizzata, cassa di risparmio, Arci, Casa del Popolo. Roba antica è sorpassata? Forse il primo a riconoscerlo, nel suo intimo, è proprio Bonaccini. Ma intanto, la partita con Salvini l'ha vinta. «Io sono un mediano, e diffido dei grandi funamboli, spesso s'incartano», è il suo giudizio quando ancora la partita non è finita ma le proiezioni danno in vantaggio lui.

Racconta Roberto Balzani, ottimo docente di storia all'università, ex sindaco di centrosinistra a Forlì: «Il sistema Emilia si è basato sulla grande alleanza tra politica e corpi intermedi che ha garantito sviluppo e tenuta sociale. Il Pd ha puntato anche in questa campagna su questo tipo di narrazione che oggi come oggi non ha più senso perché il voto è sommamente liquido e non è che se fai l'accordo con gli industriali, con gli artigiani o con la Chiesa hai il voto delle categorie che rappresentano. Oggi ognuno rappresenta solo se stesso». Una riflessione che Bonaccini deve aver fatto propria. Puntando a sua volta solo su se stesso. E avrà vinto Bonaccini e non il Pd. Con uno stile un po' leghista (non salvinista), senza nulla concedere alla demagogia multiculturalista o aperturista a vanvera ai diritti purchessia, senza derogare dal law and order che appartiene alla tradizione della vecchia politica della sinistra seria e che oggi se la sono presa gli avversari ma Bonaccini ha cercato di non regalargliela.

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Ha lottato contro lo spirito del tempo - che dice Salvini - il governatore voglioso di bis. E spesso la buona amministrazione soccombe rispetto al vento politico generale. Ma ha saputo nascondere il simbolo del Pd. Non ha voluto, tranne qualche sporadica presenza di Zingaretti nessuno del Pd nazionale in campagna elettorale. Ha puntato soprattutto sulla lista personale e trasversale che su quella del partito. Suscita di pure qualche malumore al Nazareno: ma chi si crede di essere?

E se si profilerà, sarà la sua una vittoria in condizioni difficili. Perché come dice lui stesso: Quando tu in un sistema che funziona togli una briciola, cioè sei costretto a risparmiare qualcosa per stare nei vincoli e nei parametri, qui la gente s'arrabbia. Mentre altrove, fuori dall'Emilia, sono più abituati purtroppo a vedersela con sistemi meno funzionanti nei servizi e nelle prestazioni.

Non è scattato negli elettori un senso di difesa nei confronti del Pd. E neppure deve a se cintati tanto il richiamo della foresta antifascista (roba ormai minoritaria) contro il Truce-Duce, come chiamano qui Salvini i più estremisti, tra i quali non è da annoverare Bonaccini. È scattato semmai il senso civico, la paura di perdere un'organizzazione sociale invecchiata e da modernizzare ma che finora ha garantito certi livelli. È parso rassicurante, da questo punto di vista, Bonaccini. Quasi come un civico più che come un politico. Mentre il suo avversario politicizzava al massimo lo scontro. Due pugili così diversi non li si poteva immaginare, e forse a spuntarla sarà lo sfavorito.

Ultimo aggiornamento: 09:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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