Berlinguer, da Salvini a Casaleggio fino a Meloni: così il segretario del Pci è diventato di (quasi) tutti

Giovedì 9 Luglio 2020 di Simone Canettieri
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Gli eredi di Enrico Berlinguer sono come quelli di Indro Montanelli. Spuntano fuori ovunque, con cadenza fissa, e spesso dai meandri più reconditi. Tutti ovviamente per autoproclamazione.

La baruffa innescata da Matteo Salvini, futuro residente di via delle Botteghe oscure, è solo l'ultima in ordine di tempo. Così come l'annuncio, per molti una provococazione, che il Carroccio sia il depositario dei valori di sinistra espressi e portati all'apice dal leader comunista scomparso nel 1984.

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Prima di Matteo Salvini era stato l'ideologo del M5S a inneggiare a Berlinguer. Il 23 maggio del 2014, nel comizio di chiusura per le Europee in piazza San Giovanni (altro luogo del cuore della sinistra) Gianroberto Casaleggio concluse il suo intervento chiamando la folla al coro: Berlinguer-Berlinguer-Berlinguer. «Uno dei pochi italiani a riempire questa piazza, una persona onesta. Ecco perché vi chiederei a tutti a voi di gridare Berlinguer affinché lo sentano fino a Palazzo Chigi». Il premier era Matteo Renzi, allora segretario del Pd. 

Nessuna sorpresa. Neanche questa volta. Perché il simbolismo dell'uomo della questione morale da anni era già stato riabilitato e messo quasi nel pantheon dalla destra missina e post missina.

La scintilla fu innescata da Giorgio Almirante che partecipò ai funerali del padre dell'eurocomunismo, andandogli a fare omaggio senza scorta, proprio in piazza San Giovanni.

E da quel momento da Gianfranco Fini per arrivare a Giorgia Meloni (che ad Atreju, festa di FdI, fece presentare proprio un libro sul Segretario ), la figura di Berlinguer è stata sempre citata, osservata con rispetto, portata a esempio. Fino a diventare un feticcio per la destra, e non solo.
 

 

Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 08:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA