Dibattito sull’Autonomia, Capitale dimenticata

Domenica 17 Marzo 2019 di Gian Paolo Manzella
Dibattito sull’Autonomia, Capitale dimenticata

Finalmente la discussione sul regionalismo differenziato è entrata in una modalità più adeguata al tema. Alle voci che per mesi avevano “gridato nel deserto” – da quelle della Fondazione Astrid e della Svimez, a quelle di Gianfranco Viesti e del Messaggero – se ne sono aggiunte altre. E il più delle volte critiche: nel merito e nel metodo. Con il risultato che, posata la polvere delle soluzioni frettolose, è chiaro a tutti che sono in gioco competitività e coesione del Paese e che la materia va maneggiata con cura.

Da qui le proposte di un pieno coinvolgimento del Parlamento, di un dibattito pubblico degno di questo nome con la creazione di una Commissione di studio nazionale, del necessario avanzare parallelo di altri interventi, a partire dalla definizione dei fabbisogni standard. La legittima aspirazione di alcune Regioni ad attuare l’art. 116 della Costituzione non può tradursi, insomma, in una strisciante disarticolazione dell’assetto statuale e quella che comincia a definirsi l’ “autonomia giusta” è, quindi, l’unica strada.

Semplicemente perché il caso catalano è lì a dirci che, in tempi di identità locali e crisi economica, il regionalismo rafforzato può prendere velocemente forme inaspettate. Se è oramai chiaro che il tema va affrontato con piena consapevolezza dei nodi esistenti e di quelli che si potrebbero aprire, per il Lazio il tutto presenta aspetti assolutamente particolari. Non deve sfuggire, infatti, che sino ad oggi, la “questione” Capitale è stata totalmente assente dalla discussione. Un’assenza grave. Prima di tutto, perché va contro indicazioni costituzionali che ne sottolineano la specialità. Ancor più grave perché il quadro di proposte definito in questi mesi, oltre a costituire un pericolo sul piano del nostro stesso “essere nazione”, pone le condizioni per un arretramento di questa parte d’Italia.

Il “rompete le righe” di una tumultuosa differenziazione a velocità variabile, senza attenzione alle funzioni proprie della capitale nazionale, porterebbe, infatti, all’inevitabile indebolimento del centro. Un esito grave per la nostra regione in termini di prospettive di sviluppo economico e capacità di attrazione di investimenti, ma con conseguenze più generali. Basti pensare alle implicazioni in termini di diseguaglianze legate all’indebolimento del suo ruolo di “Regione-cerniera” tra Nord e Sud del Paese. C’è un unico filo, come si vede, che lega Roma, Lazio e Italia e conferma che ogni disegno federalista - per non trasformarsi appunto in un disordinato “rompete le righe” - presuppone un centro con funzioni di sistema. Ottima, dunque, l’iniziativa della Camera di Commercio di Roma di far sentire su questo tema l’imprenditoria di Roma e Lazio.

Una voce che, spesso lo si dimentica, è una parte molto rilevante del Pil nazionale e, citando solo alcuni “campioni territoriali”, vede attori di livello internazionale dell’aerospazio, dell’alta tecnologia, dell’energia. Il prossimo passo dell’istituzione regionale è far entrare nel dibattito le questioni strategiche per il nostro territorio. Dal potenziale presente nell’incontro tra mondo della ricerca e dell’impresa - il vero quid di questa regione in un’ottica moderna di sviluppo – all’attenzione a specifici settori come l’audiovisivo o le scienze della vita. Sino all’idea di un centro con funzioni strategiche che aiuti le vocazioni dei singoli territori a collocarsi costruttivamente in un sistema italiano. Questa la sfida di fronte a noi. Un lavoro da affrontare in stretto raccordo con “forze vive” della nostra regione che chiedono una differenziazione che non spacchi il Paese e valorizzi il centro come cardine della sua competitività e della sua coesione.

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