Autonomia, dalle autostrade alla sanità: tutte le materie senza intesa

Giovedì 14 Febbraio 2019 di Andrea Bassi
Le resistenze del ministero dell'Economia sono cadute. Sulle risorse finanziarie l'accordo è stato trovato. Le tre Regioni che hanno chiesto l'autonomia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, otterranno una fetta dell'Irpef raccolta sul territorio. Il valore delle funzioni, il cui finanziamento sarà trattenuto sul gettito dell'imposta sulle persone, verrà determinato con il criterio del costo storico. Entro cinque anni si passerà al criterio dei fabbisogni standard, che terranno conto non solo della popolazione presente sul territorio ma anche dei tributi raccolti in quelle stesse Regioni.

Se le bozze saranno confermate, tutto il surplus di gettito che maturerà nel tempo rispetto ai trasferimenti iniziali, resterà nelle casse dei tre governatori. Ma se le resistenze di Giovanni Tria sono state superate agevolmente, restano nodi importanti da sciogliere. Il principale, riguarda le infrastrutture. Veneto e Lombardia hanno chiesto di diventare proprietari delle reti stradali e ferroviarie. Vorrebbero essere loro a dare le concessioni, a verificare i piano di investimento dei concessionari, a determinare i livelli massimi delle tariffe da far pagare agli automobilisti che viaggiano sulla rete che attraversa i loro territori.

LE DISTANZE
Tutte competenze che verrebbero sottratte al ministero delle Infrastrutture per centinaia di chilometri di autostrade e ferrovie che attraversano due delle regioni maggiormente infrastrutturate del Paese. Tuttavia su questo fronte è arrivato un «no» secco da parte dei tecnici del ministero guidato da Danilo Toninelli. La controproposta è quella di utilizzare lo schema che si sta cercando di mettere in atto per l'Autobrennero. Ossia consentire un affidamento «in house» ad una società di gestione controllata dagli enti locali. Difficile che Luca Zaia e Attilio Fontana accettino. Il primo, soprattutto, da tempo sulle questione delle strade mette le mani avanti. La considera una di quelle che potrebbero «annacquare» l'intesa. Toccherà al premier Giuseppe Conte sciogliere il nodo politico e trovare un compromesso.

Lo stesso discorso vale per le ferrovie. In questo caso il problema legato al passaggio della proprietà dallo Stato alle Regioni, non è tanto il ruolo di gestione, piuttosto gli investimenti. Il rischio, insomma, è che chi ha già più infrastrutture possa avere anche maggiori fondi. Anche sugli aeroporti la partita non è chiusa. Le Regioni vogliono, come per le strade, la proprietà. Il ministero è disposto a concedere soltanto una partecipazione alla stesura del masterplan. Sull'ambiente le distanze riguardano le procedure di autorizzazione attraverso il meccanismo del Via, la valutazione di impatto ambientale. Un potere che oggi appartiene allo Stato e che le Regioni vorrebbero vedersi trasferito. Insomma, Veneto e Lombardia, vorrebbero avere l'ultima parola su tutte le opere che vengono costruite sui loro territori, comprese quelle considerate strategiche per l'interesse nazionale.

IL CAPITOLO
C'è poi il capitolo salute. Le Regioni chiedono pieni poteri sulla gestione del personale della Sanità, compresa la regolamentazione dell'attività libero professionale. Il ministero è disposto a concedere soltanto le competenze in materia di formazione specialistica. Un nodo ancora irrisolto, poi, riguarda i beni culturali. Sul destino delle sovrintendenze, che nel progetto autonomista dovrebbero passare tutte sotto la competenza delle Regioni. Ieri un duro stop al progetto di autonomia sui beni culturali, è arrivato da 130 storici, paesaggisti, soprintendenti e intellettuali. «Un vento di follia sta investendo il Paese», hanno scritto in un documento indirizzato al ministro Erika Stefani, «quanto resta dello Stato viene sbriciolato a favore di Regioni che, in quasi mezzo secolo, hanno spesso dimostrato inerzia, incapacità, opacità a danno della comunità, della Nazione italiana». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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