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Sergio Zavoli, la grande amicizia con Fellini: sarà sepolto accanto al regista

Mercoledì 5 Agosto 2020
Sergio Zavoli, la grande amicizia con Fellini: sarà sepolto accanto al regista

Un cordone ombelicale reciproco, tessuto con frequenza crescente negli ultimi anni di vita del Grande Riminese e poi coltivato con tenerezza da Sergio Zavoli fino ancora a pochi mesi fa: questo era il legame che teneva insieme il grande cronista e il grande regista nel nome di una città in comune, Rimini. Riposeranno vicini, come la famiglia del giornalista ha fatto sapere oggi rendendo note le volontà. Sergio Zavoli era nato a Ravenna il 21 settembre del 1923 ma nella «perla dell'Adriatico» era cresciuto fino al momento di partire per Roma; Fellini invece aveva tre anni di più e dalla sua città si era staccato alla vigilia della guerra, con la scusa di frequentare l'università e in realtà per bussare alla porta della rivista satirica «Il Marc'Aurelio». Nella capitale Zavoli arriva invece a guerra finita, assunto alla Rai da Vittorio Veltroni che gli affida servizi e rubriche alla radio.

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«Rimini - diceva Zavoli - è la città degli abbandoni e dei ritorni per tutti noi che siamo un qualche modo andati all'estero» e questo destino comune lo legò profondamente all'altro Grande Riminese. «Si è spesso favoleggiato sulle mie telefonate mattutine con Federico - raccontava ancora il giornalista - ma in verità erano più sporadiche. Si infittirono dopo il mio grave incidente a Chernobyl quando i medici sovietici (l'URSS esisteva ancora) mi sottoposero a una lunghissima operazione che prese quasi nove ore di anestesia. In quello stato di incoscienza i sogni - uno in particolare che mi vedeva in un grande cronicario alle prese col direttore di un circo che mi affidava un bilanciere per attraversare in equilibrio una grande piazza - si moltiplicarono nella mia testa e nel ricordo. Tornato in Italia li raccontai a Federico e da allora ne parlavamo spesso anche perché fin da bambino io sognavo a colori e i miei genitori mi portarono perfino da un medico, per capire come mai tutti vedessero le immagini in bianco e nero e io facessi eccezione. Proprio come Fellini. Ci parlavamo spesso, questo è vero, anche perché io avevo un'ammirazione assoluta per la sua arte e la sua immaginazione. Quando mi nominarono presidente della Rai mi mandò un biglietto che dice tutto su queste nostre radici comuni amorevolmente coltivate. Scriveva: 'HOSTA TÈ!? (te si che conti), sei diventato importante, ah davéera...' e in quelle parole c'era amicizia vera e una vena ironica che mi commosse molto».

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«C'è stata una malintesa lettura del rapporto tra Rimini e Federico - ha raccontato una volta Zavoli - Rimini era un po' scontenta di questo genio che si faceva vedere poco o punto, che girava i suoi film non in città ma a Cinecittà, facendo rivivere un luogo perfino più bello del vero, quello filtrata dai suoi ricordi e dalle sue visioni. E lui soffriva un po' di questa lontananza di cui era vittima e complice. Tant'è che ogni volta mi chiedeva 'ma cosa dicono a Rimini?'. E io con un po' di malizia: "Non dicono niente, Rimini ti aspetta". Lui arrivava, tirava un sasso alla finestra dell'avvocato Benzi, Titta scendeva e andavano a tirar calci a un barattolo per strada rinverdendo antichi ricordi. Ma di notte e quando la città si svegliava lui non c'era più. Quello che i suoi concittadini non conoscevano era il suo grande pudore. Lui che maneggiava il sogno, la vita, le emozioni in modo quasi da mago, da inventore dell'irreale, rimaneva invece imbarazzato di fronte alle manifestazioni del sentimento. Per lui Rimini era la città piacevole, tiepida, tenera, quella di cui ricordava i tempi dell'infanzia, i bagni nelle tinozze quando era piccolino, i panni caldi sui grandi lettoni, tutte quelle donne vestite di bianco che accudivano la sua fanciullezza, e ne ha fatto la città del sogno.

Il rapporto di Federico con Rimini è stato un rapporto felicissimo fatto di tante malinconie e tante delusioni da tutte e due le parti, ma non si può tenere a bada il cervello di un genio che cercava i sogni dovunque si potesse produrre qualcosa di stupefacente, di rassicurante, migliore della realtà. Rimini questa cosa l'ha capita quando questo suo figliolone ravveduto ha avuto l'idea di ammalarsi proprio nella sua città. E Rimini allora l'ha capito proteggendolo col suo silenzio partecipe. Il giorno del suo funerale l'ho capito anch'io vedendo la grande voliera dei fazzoletti bianchi di migliaia di persone che salutavano questo figlio che andava, passando davanti al cinema Fulgor della sua infanzia prima di andare al cimitero, in quel luogo dove, prima o dopo, andremo tutti».

Toccò proprio a Sergio Zavoli pronunciare l'orazione funebre per il suo amico dopo la morte il 31 ottobre del 1993. E furono parole piene di stupore, ammirazione, tenerezza personale e constatazione che grazie al cinema, Fellini aveva regalato all'umanità una dimensione 'altra', quella del sogno e dell'immaginario da mostrare non in modo pomposo e favolistico, invece semplice e quotidiana: un luogo in cui rifugiarsi per guardare un'umanità migliore e coltivare una speranza nell'anima degli uomini che non sono fatti solo di carne e di ossa. Quando riuniva la redazione durante il suo programma «Viaggio intorno all'uomo» che era fatto di film e inchieste, Zavoli amava ripetere a noli giovani cronisti e collaboratori: «Un'inchiesta ben fatta è come un film: deve mostrare, far capire, far vedere oltre con l'umiltà di ricordarsi che il nostro è solo un punto di vista. Deve essere appassionante come il racconto di un film e rispettosa della realtà della gente di cui si parla. Deve essere onesta e, come nei film dei migliori, ambire a usare la tecnica, la precisione, la qualità del mezzo per dimostrarsi credibile. Guardate 'Amarcord' di Fellini: tutto lì è inventato, ma tutto è reale, onesto, dichiarato e ricostruito con una maestria e una magia che noi poveri cronisti non avremo mai. Ma resta un punto di riferimento e la migliore televisione deve essere della stessa qualità e ambizione di un film ben fatto».

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