Sabrina, la prima pilota non vedente italiana: «Sogno le Frecce Tricolori»

Lunedì 6 Maggio 2019 di Raffaele Nappi
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Sabrina Papa, pronta a decollare insieme all'istruttore
Quando era bambina Sabrina viveva non lontano dalla base militare e scuola di volo dell’Aeronautica di Galatina, in un piccolo comune di nome Salice Salentino, in provincia di Lecce. «Sentivo gli aerei sfrecciare nel cielo e quel suono potente del motore. Immaginavo di essere un aereo e di volare libera e veloce come loro, volteggiando a piacimento senza limiti. Volevo volare a tutti i costi». Sabrina Papa ha 48 anni, è pugliese di nascita ma romana d’adozione. È la prima allieva pilota italiana non vedente (a causa di una distrofia retinica fin dalla nascita). Niente ha potuto fermare la sua passione e la sua determinazione. 
 
 


IL PRIMO VOLO - Sabrina si è resa conto che il suo paesino in Puglia le stava troppo stretto, che lì non avrebbe potuto «realizzarsi e fare alcun tipo di esperienza a causa dell’handicap», e così si è trasferita a Roma. Il primo volo vero? «Lo feci all’aeroporto dell’Urbe tanti anni fa con un amico su un Cessna 152 (un biposto da turismo). Ero curiosissima di tutto e molto emozionata, ma ero timorosa anche solo di sfiorare i comandi», racconta. Qual è la cosa più difficile da fare in volo? «Bisogna essere concentrati e attenti. Questo vale per chiunque. Nel mio caso devo anche avere i riflessi pronti a cogliere immediatamente le informazioni che il mio istruttore, Sergio Pizzichini, mi passa e agire di conseguenza nel minor tempo possibile». È una questione di coordinazione e intesa perfetta. Il momento più difficile è l’atterraggio, perché ogni volta è diverso a causa di una serie di variabili: vento, velocità, temperatura. «Ma qui ho un vantaggio rispetto a un allievo normodotato – spiega l’istruttore – Sabrina esegue esattamente la manovra decodificando i segnali che gli trasmetto con le mani sulle spalle senza avere timori o emozioni dovuti alla visione del terreno che si avvicina».

VITA IN CITTA' - «Vivere a Roma da soli e con un handicap è una lotta continua e giornaliera, soprattutto ora che la città è peggiorata da tutti i punti di vista. Se non fosse per il mio legame con la scuola di volo e i pochi amici che ho qui, sarei già andata via, cosa che non escludo di fare», continua Sabrina. Le difficoltà sono principalmente quelle di tutte le grandi città: traffico, mancanza di parcheggi, strutture poco attrezzate o inaccessibili. «Come dico sempre, per un cieco è più facile pilotare un aeroplano che spostarsi come, quando e dove vuole sulla terra ferma».

IL MESSAGGIO - L’obiettivo, però, rimane quello di essere un modello per tutti coloro che pensano «che nella vita nulla sia impossibile». Sergio ricorda ancora il primo volo insieme a Sabrina: «Quando siamo atterrati aveva le lacrime agli occhi – racconta – Nella sua straordinaria storia in molti evidenziano il suo lato di pilota: a me piace considerare Sabrina come un’allieva appassionata di volo con delle persone che la stanno aiutando a realizzare il suo sogno, superando barriere di ogni tipo, al limite estremo della razionalità: penso sia questo il vero messaggio». Come ci si sente ad essere la prima pilota non vedente italiana? «Quando sei il primo a fare qualcosa ti devi scontrare con tutte le difficoltà del caso: scetticismo, rifiuto, pregiudizio, mancanza di strutture, di preparazione, di regole, di materiale. Insomma devi fare tutto da solo e devi lottare per farcela». In Francia, ad esempio, esiste da vent’anni un’associazione di piloti ciechi, Les Mirauds Volants. «Siamo circa una cinquantina di soci (ne faccio parte anch’io da due anni) – continua – Il presidente Patrice Radiguet è stato il fondatore e immagino più di vent’anni fa la fatica che ha dovuto fare», sorride.

IL SOGNO - Il futuro? Sabrina vuole continuare a volare. «Magari su un MB-339 come quello delle Frecce Tricolori – sorride – perché è il tipo di aereo che mi sfrecciava sulla testa da piccola e ci sono legata affettivamente. Poi, se fosse proprio quello con la livrea azzurra… Mica gli si può dire di no?».
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