Rugby Sei Nazioni, Giacomo "Jack" Ferrari, il romano capitano dell'Under 20 che ha battuto per la prima volta l'Inghilterra Chi è

Rugby Sei Nazioni, Giacomo "Jack" Ferrari, il romano capitano dell'Under 20 che ha battuto per la prima volta l'Inghilterra
di Paolo Ricci Bitti
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Domenica 13 Febbraio 2022, 13:32 - Ultimo aggiornamento: 15:09

“Tenevano gli occhi bassi, si scambiavano solo poche parole: a quel punto ho capito che la paura di perdere era solo loro, degli inglesi, arcifavoriti alla vigilia, i campioni in carica che l'anno scorso avevano vinto tutte le partite (Grand Slam) e che invece adesso venivano ribaltati indietro dai nostri placcaggi” racconta Giacomo Ferrari, capitano dell'Under 20 che per la prima volta ha battuto, lasciandola a zero (record nel record) sua maestà l'Inghilterra.

A Treviso venerdì sera è finita 6-0 ed è toccato al romano Ferrari, casa nel quartiere Trieste, cresciuto nel vivaio nell'Unione rugby capitolina in via Flaminia, ringraziare i 2.500 fedeli dello stadio Monigo che avevano visto compiersi l'impresa sotto i loro occhi.

Non che gli manchino le parole, al capitano romano che traduce dal greco e dal latino e che studia Economia alla Sapienza.

E lì, su due piedi,“Jack” Ferrari ha steso tutti di nuovo parlando di orgoglio, sacrifici, passione per la maglia azzurra e di amore per quella palla ovale da condividere con tutti i fedeli che dalle tribune avevano anche loro placcato e spinto in mischia durante il match.

Un passo indietro per ricordare il bagliore che ha squarciato l'altra sera la bruma di Treviso. L’Under 20 ha battuto (6-0) l’imbattibile l’Inghilterra nel 2° turno del Sei Nazioni. Non era mai accaduto prima e nessuno, tantomeno, l’aveva previsto dopo il pesante ko la settimana scorsa in Francia mentre invece gli inglesi avevano triturato la Scoia. E poi volete mettere? L’Inghilterra ha 1,5 milioni di tesserati (23 volte più di noi) e la loro Under 20 è il distillato di 800 ragazzoni 14enni, scelti su una base di almeno 500mila giocatori, che ogni stagione vengono avviati al professionismo. Il ct rodigino Massimo Brunello fa molto prima: distilla i suoi 23 fra poco più di 80 elementi. Da anni, comunque, gli azzurrini, grazie al lavoro di Stephen Aboud e, fino all’anno scorso, Daniele Pacini nelle accademie federali, si fanno valere issandosi anche fino al 7° posto nel ranking mondiale. Da quando il sistema delle Accademie è stato messo finalmente a regime da Aboud, che aveva fatto lo stesso in Irlamda, le Under 18 e le Under 20 azzurre hanno battuto anche più volte le rivali del Sei Nazioni e pure l'Argentina. Alla “20” mancava appunto la magna Inghilterra, formazione giovanile di una nazione in cui da tre secoli il rugby è materia d'obbligo, e di prestigio, dalle elementari all'università. In quante scuole italiane ci sono prati per giocare a rugby? Gran parte degli inglesi batuti a Treviso gioca già in Premiership, la serie A inglese che è di una durezza granitica. E' per questo che l'impresa al Monigo è riecheggiata in tutto il mondo ovale. E' per questo che il sistema delle accademie federali va semmai potenziato e meglio integrato con i club, ma non smantellato come invece il nuovo corso federale ha già iniziato a fare. Raccogliere i frutti nel rugby richiede tempi lunghi ovunque, figuriamoci in Italia e non si capisce il senso di ripartire da zero dopo che i risultati, e che risultati, arrivano. A Treviso ha stupito non solo la grinta e la tenuta fisica dei ragazzi di Brunello, ma anche la loro maturità tattica. Il ct, poi, ha riscritto i libri di testo decidendo con enorme coraggio di non cambiare i primi sei uomini, compresa quindi la monumentale prima linea Rizzoli-Frangini-Genovese (mvp) che ha scarrettato i rivali come birilli. Un capolavoro, quei non-cambi, davvero senza precedenti nel rugby degli ultimi venti anni.

Così un penalty per tempo dell’apertura Nicolò Teneggi (Reggio Emilia) e almeno un miliardo di feroci placcaggi degli azzurrini (Odiase ne ha messi a segno 26 dei 162 degli italiani, un altro record) hanno devastato gli inglesi, mai a zero punti da quando regnava Vittoria.

Giacomo Ferrari, perdoni l'ampio preambolo, ma anche lei – 20 anni tondi, terza linea centro, numero 8, un metro e 90 per 105 chili, eleganti baffi - di inglesi ne ha tirati giù parecchi.

“Beh, mi pare 21 placcaggi”.

Tanti.

“Quelli necessari. E tutti hanno fatto la loro parte fino alla fine. Più loro attaccavano e più li ricacciavamo indietro, raddoppiando e triplicando i placcaggi. Ha fatto impressione anche a me l'energia che siamo riusciti a mettere in questa partita”.

Tutto un altro passo rispetto alla Francia.

“Ecco, il contrario. Ci ha caricato molto la delusione per prestazione. In settimana si eramo ripromessi di riscattarci. Ha visto quando la nostra mischia scardinava quella inglese? Quella non è solo tecnica, è una voglia terribile di dimostrare che non abbiamo nulla di meno, in fatto di volontà, rispetto a quei giocatori che arrivano da un movimento di quelle dimensioni e di quella tradizione”.

Meravigliosi quei “carretti”. Per non dire di quando avete “impacchettato” i loro avanti che si erano lanciati in meta.

“Volevamo proprio metterli sotto, gliel'ho detto”.

Missione compiuta. Come ha caricato la squadra prima della partita?

“Che dovevamo riguadagnare il rispetto di noi stessi e dei nostri tecnici, E anche dei nostri club e delle persone, dalle famiglie agli spettatori, che ci sostengono in questo cammino. Portare la maglia azzurra è un onore che non richiede compromessi, bisogna sempre dare tutto. E il pubblico di Treviso è stato davvero potente”.

C'erano anche i suoi familiari?

“Sì e anche quello è importante e bello. Mio fratello minore Tommaso è l'esperto, gioca nella nazionale Under 18, ma anche il maggiore, Filippo, si è appassionato al rugby. E poi papà Marco, che lavora all'Aci, e mamma Francesca, sempre più competente, partita dopo partita”.

Nessun rugbysta in famiglia prima di lei?

“Sì, il papà di papà, nonno Armando, ha giocato nella Roma Olimpic Club prima della Guerra, ma non ha fatto in tempo a vedermi”.

Perché il rugby?

“Amore a prima vista, papà mi ha portato alla Capitolina da bambino e non me ne sono più andato. Anche Luca Rizzoli, il pilone in campo l'altra sera a Treviso, viene dall'Urc. E' inutile che lo dica io, ma il rugby è il gioco più bello del mondo sia per quello che dà, sia per quello che chiede, in campo e fuori”.

Primo allenatore?

“Marco Armanini, se ricordo bene, poi “Ceddu” Marrucci ed Emauele Lo Greco e anche altri che mi verranno in mente perché non è che da dopo la partita sia ancora riuscito a riprendermi del tutto”.

Luca Rizzoli e Giacomo "Jack" Ferrari a Treviso

Punta tutto sul rugby?

“Tutto in fatto di impegno sì, ma al tempo stesso mi sono iscritto ad Economia alla Sapienza dopo aver frequentato il classico Albertelli. E quando avanaza un po' di tempo mi piace suonare la chitarra elettrica, rock in particolare anche se in questi giorni mi sto “bevendo” un saggio sulla musica e i testi di Franco Battiato. A ogni modo bisogna portare avanti tutti i piani: rugby e studio, le possibilità di vivere di rugby in Italia sono ancora troppo poche”.

Azzurro Under 20 e pure capitano senza passare dall'Under 18.

“In realtà all'inizio non avevo pensato di andare nelle accademie federali: giocavo e studiavo, stavo bene com'era. Poi continuando a giocare con la Capitolina in serie A (ovvero la B, in Italia), per la quale sono stato anche capitano, è cresciuta l'idea che forse potevo tentare di salire di livello. Quando mi sono deciso è arrivata la pendemia che di fatto mi ha fatto saltare l'Under 18. E così sono sbarcato nell'accademia nazionale e quindi il debutto direttamente nell'Under 20”.

Da capitano.

“Un onore grandissimo: non dimenticherò mai le parole di Massimo (Brunello, il ct) quando ha comunicato a me e alla squadra della nomina. La felicità è pari al senso di responsabilità che arriva in dote con i gradi”.

In che cosa deve ancora migliorare?

“In tutto. Non si finisce mai di crescere tecnicamente. Alla Capitolina non mancano certi i tecnici qualificati, per non dire della qualità dell'ambiente, eccezionale. Ma poi serve una struttura come l'Accademia per migliorarsi giorno dopo giorno sbattendo il muso contro i propri limiti. Senza Accademia non sarei arrivato a dove sono adesso e non potrei pormi i traguardi che mi sono dato”.

Intanto in questo Sei Nazioni?

“Ora Irlanda, Galles e Scozia saranno ancora più guardinghi, ma tanto meglio. Solo la Scozia sarà in casa, ma tenteremo di vincerle tutte. Siamo proprio obbligati a farlo dopo aver battuto l'Inghilterra: come ci ha detto il ct, che era commosso e felice anche più di noi, questa vittoria è solo la partenza, la prima ricompensa per i sacrifici in allenamento, per una vita non sempre così agevole lontano da casa, ma non è nulla rispetto a quello che abbiamo il dovere di raggiungere. Dobbiamo provarci con tutte le forze anche perché sentiamo di rappresentare tutti i ragazzi che vorrebbero essere al nostro posto e tutti gli appassionati che sanno quanto è difficile giocare ad alto livello contro avversari che nascono e crescono i contesti ovali neppure lontanamente paragonabili a quello italiano. E quando mai ho potuto giocare a rugby a scuola durante le ore di educazione fisica?”.

Ecco, fino a livello di Under 20 l'Italia da qualche anno se la cava, poi il baratro.

“E' dura fare confronti e certo molto degli inglesi che abbiamo affrontano conoscono già la Premiership mentre per gli orizzonti sono il Top 10 (la serie A) e, per pochissimi, le due franchigie (Zebre Parma e Benetton Treviso che giocano solo nelle coppe europee). I posti e i minuti da giocare spesso così diventano pochi, pochissimi. Non è facile, insomma, potere continuare a confrontarsi con l'alto livello quando si “invecchia” oltre l'Under 20. Però non sta a me dire come colmare questo gap. Speriamo che ci si riesca perché i risultati del rugby giovanile italiano di questi ultimi anni meritano di essere coltivati e rafforzati”.

Sarà all'Olimpico per tifare Italia contro l'Inghilterra, che cosa direbbe al capitano Lamaro, anche lui romano che è stato capitano dell'Under 20 prima di diventare quello della “maggiore”?

“Che emozione l'Olimpico: esattamente 10 anni fa papà mi portò a vedere per la prima volta il Sei Nazioni. Il Sei Nazioni è una cosa bellissima per Roma con tutti i tifosi stranieri in giro per la città a dimostrare che cos'è la festa del rugby. Ricorda la neve di Italia-Inghilterra nel 2012?”.

Ricordo solo i due penalty discretamente facili che ci avrebbero dato la vittoria che ancora ci sfugge, anzi, che sembra sempre così lontana”.

“Sì, mannaggia li ricordo anche io che ero bambino quei calci sbagliati, ma la partita fu bellissima. E in quanto a Michele, che curiosamente non ho mai incontrato, lui è cresciuto alla Primavera e alla Lazio, lo ammiro molto. E' molto determinato. Consigli? Non sono io che posso darglieli, posso solo augurargli in bocca al lupo. E sono sicuro che gli azzurri duranno tutto in questa partita così come abbiamo fatto noi a Treviso”.

Paolo Ricci Bitti

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