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Rugby, uno schiaffo dietro lo storico trionfo dei Pumas sugli All Blacks: «Così lottiamo per l'onore del nostro Paese» Ko gli Dei della nazione Covid free Video

Lunedì 16 Novembre 2020 di Paolo Ricci Bitti
Rugby, uno schiaffo dietro lo storico trionfo dei Pumas sugli All Blacks: «Così lottiamo per il nostro Paese» Ko gli Dei della nazione Covid free Video

«Io non posso accettare che un mio compagno venga irriso e preso a schiaffi sulla faccia, io combatto con i miei uomini per questa maglia e per il mio Paese e chiedo rispetto, signor arbitro», ha detto il capitano dei Pumas, Pablo Matera, 27 anni, guardando negli occhi l'australiano Angus Gardner al quarto minuto e 17 secondi della partita contro la Nuova Zelanda.

La notizia di sabato 14 novembre è talmente strabiliante che da qualche parte bisogna pur cominciare, ma non dalla prima vittoria dell'Argentina sugli All Blacks. Avete quindi capito che si parla di rugby: è la storia della squadra che rappresenta la nazione sudamericana in profonda e perenne crisi economica, acuita da profonde ferite per la pandemìa di coronavirus, che si impone sulla formidabile formazione dei “tutti neri”, anima stessa di questo sport e della Nuova Zelanda, un paese florido che per di più è diventato Covid free e senza più lockdown in anticipo su tutti gli altri. E' avvenuto sabato scorso in Australia, allo stadio Bankwest di Parramatta, alle porte di Sydney: 25-15 per i Pumas e non era mai accaduto prima in 29 partite.

All Black al tappeto

Sì, gli Dei del rugby in ginocchio come capita assai raramente e per la prima volta davanti a quella che storicamente non è una delle 9 grandi e storiche potenze d'Ovalia. E perché non è da questo clamoroso risultato che bisogna cominciare?

Tri Nations, All Blacks sbranati dai Pumas 25-15, l'Argentina non aveva mai battuto la Nuova Zelanda Highlights

Perché quest'anno è diverso da tutti gli altri da quando esiste il rugby, da metà dell'Ottocento. Perché l'epidemia del coronavirus ha placcato e messo al tappeto anche questo gioco com'era avvenuto solo per le due guerre mondiali e neppure del tutto, perché di nuovo sul fronte occidentale, dalla battaglia della Somme a quella di Passchendaele, c'erano le partite di rugby fra reggimenti inglesi, neozelandesi e australiani nelle retrovie una volta che per quel giorno il sangue aveva finito di bagnare la terra. Il primo gennaio 1920 non fu facile allestire le formazioni per Francia-Scozia, torneo della Cinque Nazioni: i francesi avevano perso 23 nazionali nelle trincee, gli scozzesi 38, così quella partita venne chiamata il match degli orbi perché in campo si ritrovarono in cinque senza un occhio.

Cassino

E ugualmente la palla ovale, una ventina di anni dopo, saltava fuori dai tascapane dei soldati sudafricani, gallesi e maori anche nelle tregue dei massacri sulla Cirenaica o a Cassino.

I rugbysti, insomma, non si fermano mai e invece questa volta il Covid si è rivelato più forte di loro che amano questo sport di contatto come nessun altro. Il Torneo delle Sei Nazioni, lo sapete, è stato rinviato da marzo a ottobre, nell'emisfero Sud il Torneo delle Quattro nazioni da agosto è slittato a novembre ed è diventato a tre, perché il Sud Africa è ancora in piena emergenza. Per la prima volta in tempo di pace sono saltati i tour estivi e autunnali: prima le squadre dell'emisfero nord vanno a sud e poi viceversa. E  forse le avete viste quelle partite in ottobre tipo Italia-Inghilterra all'Olimpico deserto e desolato così come il Foro italico, per la prima non diventato il villaggio del terzo tempo dove si fa festa e si canta che si vinca o che si perda, tutti insieme. Il rugby senza pubblico non è rugby, punto e basta, bisognerebbe farsene una ragione e aspettare senza voler raccattare qualche doblone dai diritti televisivi. Il maestoso stadio di Twickenham, sabato sera per Inghilterra-Georgia, sembrava una tetra catacomba animata da bianchi fantasmi.

Bolla

Fatto sta che, per giocare il Tre Nazioni, Nuova Zelanda, Australia e Argentina si sono sono accordate per chiudersi in una bolla a Sydney, un po' come hanno fatto i cestisti dell'Nba in Florida. E sabato al Bankwest si sono trovati di fronte Argentina-Nuova Zelanda. Neozelandesi incazzati neri perché la settimana prima avevano perso dall'Australia 24-22, roba da lutto nazionale:, anche il primo ministro laburista Jacinda Ardner, amatissima e appena rieletta, ha chiesto preoccupata informazioni perché nei mesi scorsi aveva chiesto con successo alla nazione di combattere contro il Covid con lo stesso spirito di squadra degli All Blacks, che è uno spirito pure parecchio bellicoso, mutuato com'è dalla tradizione dei maori. Sì, è vero, il lockdown in paese così lontano da tutto, vasto come l'Italia, ma con tanti abitanti quanti ne ha l'area metropolitana di Roma (4,2 milioni) è più agevole da allestire e da sopportare, ma certo che i 1.957 contagiati e i 21 decessi rappresentano anche in proporzione un conto (definitivo) assai più leggero rispetto a quello ancora aperto pagato finora da quasi tutti gli altri paesi, ad esempio dall'Argentina che ha pianto 33mila morti e che registra adesso 1.230.000 contagiati rispetto a 45 milioni di abitanti costretti inoltre da decenni a fronteggiare una devastante crisi economica.

Contagiati

Così accade che in Nuova Zelanda si sia tornati a giocare a rugby già dall'estate, e pure con il pubblico, senza mascherine: che meraviglia, che miracolo, ci pensate. Tutti allo stadio alla festa del rugby.

Gli All Blacks allora altissimi, grossissimi, allenatissimi e arrabbiatissimi sabato si sono schierati davanti agli argentini per fare la danza di guerra, l'haka Ka Mate. Il neo ct Ian Foster aveva selezionato il meglio del meglio, compreso il nuovo babau Caleb Clarke: nessuno sconto agli avversari nonostante il pronostico a loro arcisfavorevole.

Già, gli argentini del rugby si chiamano Pumas (fa niente se sulla maglia è ricamato in verità un giaguaro) ma era chiaro che sabato erano destinati a fare la fine degli agnelli. Per dire: gli allibratori pagavano la loro vittoria 12 volte. Dodici, beato chi ci ha creduto. Di più: la nazionale argentina era scesa in campo l'ultima volta giusto 402 giorni prima, ai Mondiali in Giappone. Solo 7 dei 23 giocatori nel foglio partita avevano nelle gambe qualche match con i club europei dove sono emigrati. Gli altri nisba, solo mesi e mesi di tribolati allenamenti in isolamento in un paese che aveva ben altro a cui pensare.

Ambasciatore

E ancora: dal primo tour neozelandese in Argentina nel 1888 a sabato, le due nazioni si erano affrontate 29 volte con i Pumas sbriciolati anche 93-8 oppure 62-10 nel 1997: mai un ko per gli All Blacks che solo una volta avevano concesso un pareggio (21-21) nel 1985 a Buenos Aires*, in un giorno in cui il futuro ambasciatore e ministro Hugo Porta centrò i pali con drop (calci di rimbalzo da 3 punti) anche dagli spogliatoi. Non è finita: la Nuova Zelanda, la squadra più dominante del mondo rispetto a tutti gli sport con oltre il 90% di vittorie, non perdeva due partite di seguito dal 2011 (ma gli avversari erano gli Springboks sudafricani e i Wallabies australiani) e prima ancora dal 2008.

Che avrebbero potuto fare gli uomini del ct Mario Ledesma contro tutto ciò? Uomini - da sottolineare - tutti rigorosamente argentini di nascita e di scuola come capita solo con il Sud Africa, ché tutte le altre nazioni, Nuova Zelanda compresa grazie agli isolani del Pacifico, si ibridano con talenti naturalizzati, equiparati, importati.

Alumni

Lo ho mostrato il capitano Pablo Matera, cresciuto nel club Alumni fondato da un preside inglese a Buenos Aires nel 1898, che cosa ci voleva e va detto che l'occasione gliela ha data il neozelandese Shannon Fritzel: con il gioco fermo, il numero 6 degli All Blacks ha allungato uno schiaffo sul viso a Marcos Kramer, il numero 7 argentino, proprio sotto gli occhi di Matera. Così, a freddo, senza motivo. Uno schiaffo da un omone all'altro, mica è roba da rugby: almeno fosse stato un gancio. Matera ha preso Fritzel per il bavero e ha cominciato a insegnargli la buona educazione. E' scoppiata una bagarre che solo chi non conosce questo gioco chiamerebbe rissa: tutti contro tutti mentre il saggio arbitro australiano controllava a distanza che non si eccedesse nello scambio di opinioni. Mezzo minuto e tutto è finito. Cronometro fermo sul quarto minuto e 17 secondi, punteggio di zero a zero. Gardner ha allora chiamato i capitani Sam Cane e Matera e davanti a loro ha redarguito Fritzel che, compunto, ha chinato il capo e, chiesto il permesso, ha girato i tacchetti. I tre giocatori, per la cronaca e per la bilancia, assommano 340 chilogrammi. E nel rugby solo i capitani possono rivolgersi all'arbitro, premettendo "Sir".

Microfono

Poi però Gardner - dotato di microfono sempre aperto al pubblico che consente meravigliosamente di vivere ciò che accade in campo - si è rivolto severo a Matera: «Pablo, tu sei il capitano e da te mi aspetto leadership e disciplina dai tuoi uomini».

La risposta, tono basso, parole decise, ben scandite in inglese, nessuna traccia di protervia: «Sì, signore, ma non posso accettare che un mio compagno venga irriso e preso a schiaffi, io combatto con i miei uomini per questa maglia e per il Paese e chiedo rispetto», ha detto Matera battendo più volte la mano sinistra sulla maglia biancoceleste, sul Puma, sul cuore.

 

 

 

Da quel momento in campo c'è stata stata tutta l'Argentina, 45 milioni di Pumas. Dall'altra parte ci sarà stata pure tutta la Nuova Zelanda, ma questa volta il Fato non ha gradito lo sgarbo degli Dei allo spirito del rugby. Quello schiaffo, quello scherno, ha moltiplicato le forze degli argentini e bagnato le polveri degli All Blacks, sempre più confusi, pasticcioni, a volte anche troppo supponenti perché hanno rinunciato ai punti facili dei calci di punizione. Difficile vedere i neozelandesi così frastornati, così incapaci di fare le cose semplici che hanno già nel Dna o che imparano da bambini: possono pure perdere di tanto in tanto, ma mai in questo modo, senza capo né coda. Dall'altra parte invece Matera e i suoi uomini, i suoi compagni, erano furie devastanti su ogni placcaggio, su ogni carica: hanno fornito un arsenale di palloni di Nicolas Sanchez che ha segnato una meta e l'ha trasformata infilando poi anche sei calci di punizione, infallibile come il predecessore Porta nel 1985 a Buenos Aires. Ma questa volta gli All Blacks non sono andati nemmeno vicini al pareggio, sempre ben distanziati nel punteggio, loro che di distanziamento possono fare a meno quando non si gioca.

Lacrime

Alla fine lacrime e abbracci dei Pumas, gli sguardi bassi degli All Blacks pentiti e umiliati che hanno stretto la mano ai rivali facendo loro i complimenti. E infine il balletto dei Pumas davanti a uno spicchio di tribuna in cui si era stretta qualche decina di fedeli argentini emigrati in Australia. Il rugby, il modo più bello di darsi battaglia, di onorare le amicizie e il proprio Paese.

 

 

 

* Ai più appassionati potrà interessare che in quel pareggio del 1985 erano in campo, sui 34 convocati, i kiwi Kirwan, Crowley, Green, Wayne Smith e Haden e i pumas Turnes e Milano che hanno giocato e allenato (eccetto Haden) in Italia. Kirwan è stato anche ct degli azzurri, Crowley allena attualmente Treviso e Green le Fiamme Oro. Invece sui 46 convocati di sabato scorso nemmeno un giocatore che abbia incrociato l'Italia che con l'avvento del professionismo, nel 1995, non è più risultata attraente per le stelle di prima grandezza dell'emisfero sud.

Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 16:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA