Rodrigo García Barcha: «Mio padre Gabo così rivivrà in tv»

Rodrigo García Barcha: «Mio padre Gabo così rivivrà in tv»
di Elena Marisol Brandolini
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Domenica 21 Febbraio 2021, 17:16 - Ultimo aggiornamento: 17:18

Rodrigo García Barcha, 61 anni, è un regista e produttore di cinema e televisione colombiano - con Nove vita da donna vinse il Pardo d’oro al festival di Locarno nel 2005 - ed è figlio dello scrittore Gabriel García Márquez, il nobel per la Letteratura scomparso sette anni fa. Parliamo con lui del progetto di Netflix di adattare in una serie il capolavoro di Gabo, Cent’anni di solitudine: nei prossimi mesi cominceranno le riprese in Colombia.

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A che punto è il progetto?

«Mio padre non volle mai portare al cinema Cent’anni di solitudine, perché pensava che non potesse essere compresso in un film di due o tre ore. Sapeva inoltre che, per una ragione di costi, l’avrebbero girato in inglese, con stelle di Hollywood. Ma ora è passato del tempo, le serie stanno vivendo un grande successo e le piattaforme internazionali producono serie locali in lingue originali. Si è presentata questa opportunità con Netflix, che ha accettato di girare in Colombia, nei limiti del possibile, e in lingua spagnola. Erano queste le condizioni che avevamo posto per cedere i diritti dell’opera. La serie, inoltre, non avrà alcuna limitazione di tempo, durerà le ore necessarie per raccontare bene la storia, credo che ne serviranno15-30».

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Quando inizieranno le riprese?

«Se non ci fosse stata la pandemia, tutto starebbe a uno stadio molto più avanzato, ma penso che già quest’anno cominceranno a muoversi le cose. José Rivera, che è uno sceneggiatore portoricano molto bravo, sta facendo un buon lavoro. L’idea è far uscire un primo blocco di puntate, una prima stagione: stanno contattando alcuni registi. Per fortuna, si tratta di una storia che si può raccontare completamente senza il rischio di edizioni successive. Per fortuna il romanzo finisce quando finisce il mondo del romanzo».

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Che ruolo ha lei?

«Con mio fratello Gonzalo siamo i produttori e svolgiamo un’attività di consiglieri, proteggiamo il patrimonio, l’opera di Gabo in generale. Sono molto contento di offrire le mie opinioni e partecipare, ma non voglio neppure essere troppo presente per dare alla squadra creativa lo spazio per lavorare al meglio».

Com’è che vi siete decisi soltanto ora?

«Perché le serie danno la possibilità di ottenere un adattamento in molte ore e di poter girare in spagnolo. Sono molto popolari, la gente è più incline a seguire la storia con i sottotitoli, Netflix è diventata molto importante. Prima o poi sarebbe accaduto. E allora perché non farlo adesso, che possiamo contare su una grande piattaforma e su grandi cineasti?».

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Suo padre sarebbe stato interessato all’adattamento in una serie?

«In qualche occasione disse che se fosse durata cento ore si sarebbe potuta fare. Però soprattutto mio padre direbbe: “Una voltamorto, fate quello che volete”».

Ci sono volute alcune modifiche strutturali all’intreccio?

«I romanzi non si devono girare così come sono strutturati, bisogna adattarli. Una delle ragioni per cui altre opere di Gabo al cinema non hanno funzionato è perché c’è stato troppo timore nell’adattarle. Ma Netflix ha portato avanti un progetto di prima qualità, che rifletterà certamente il romanzo».

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È la lingua usata da suo padre a rendere difficile il progetto?

«Gabo usava molto poco il dialogo, tendeva a usarlo solo se era il modo migliore di dire qualcosa, altrimenti per lui era la voce narrante ad essere la più importante. Ovviamente, nelle serie bisogna invece usare i dialoghi: ho suggerito di scriverli mantenendo il respiro del romanzo e questo José Rivera lo sta facendo molto bene».

Non temte che la riduzione televisiva non regga il confronto?

«Qualunque adattamento di un romanzo tanto amato corre questo rischio, è inevitabile avere ogni tipo di reazione. Ma ci sarà sempre qualcuno che vuole provare a farlo, prima o poi».

Quanto ha contato la passione di Gabo per il cinema?

«Lui fu sempre un amante del cinema, credo che avrebbe voluto fare il regista se ne avesse avuto l’opportunità, ma per fortuna per noi fallì nel suo intento. E molte delle sue sceneggiature, delle sue idee che aveva per fare film si ritrovano in Cent’anni di solitudine».

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Il regista cileno Andrés Wood sta adattando un’altra opera di suo padre, “Notizia di un sequestro”

«Notizia di un sequestro è un libro su vari gruppi di persone sequestrate da Escobar per negoziare col governo le leggi di estradizione in Colombia. Ho sempre pensato che fosse adatto a essere girato e che sarebbe stato d difficile comprimerlo in due ore, e quindi che potesse essere una serie. Ho pensato a Wood perché, oltre a essere un buon regista, è specialista nel raccontare storie personali in contesti politici e, non essendo colombiano, poteva offrire una nuova prospettiva. La facciamo con Amazon. In questo caso vi partecipò un po' più perché l’idea è stata mia: sono il produttore esecutivo della serie, con Wood e sua sorella, io con un ruolo più da consigliere. È come fare un film, Wood dirigerà i sette episodi. Si comincerà a girare ad aprile o maggio, in Colombia».

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Lo scorso anno lei scrisse una lettera a Gabo pubblicata sul New York Times, perché?

«Dal principio della pandemia, sulla stampa c’erano continui riferimenti a L’amore ai tempi del colera e con mia madre e mio fratello Gonzalo ci chiedevamo che avrebbe detto Gabo in questo frangente. E allora mi decisi di scrivere questa lettera che, all’inizio, feci girare solo tra amici e familiari, ma che in molti mi esortavano a pubblicare. Gabo aveva un’idea molto fatalista, diceva che una delle cose che ci affascina delle pestilenze è che sono come una grande lotteria. Credo che Gabo ne sarebbe stato molto affascinato da un punto di vista umano, letterario e esistenziale».

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