Maradona, Fabio Cannavaro: «Lo spiavo in allenamento per me era come Superman»

Maradona, Fabio Cannavaro: «Lo spiavo in allenamento per me era come Superman»
di Pino Taormina
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Sabato 28 Novembre 2020, 07:22 - Ultimo aggiornamento: 11:31

«Io propongo che da oggi in poi per ricordare Maradona i tifosi dovranno, al minuto 10 di ogni gara, alzarsi in piedi, applaudire e intonare la sua canzone, la sua colonna sonora napoletana “Oh mamma mamma mamma...”. Da qui ai prossimi 100 anni, a ogni bambino che andrà a vedere una partita del Napoli, gli dovrà essere detto: “lui era il calciatore più forte al mondo di tutti i tempi. E ha giocato e vinto con il Napoli”».

Fabio Cannavaro, campione del mondo del 2006 e ultimo Pallone d’oro italiano, è a Doha per la Champions d’Asia. Sogna che questa sua iniziativa venga accolta dai tifosi. 


Cannavaro, solo a pensarci viene la pelle d’oca.
«Per tre anni, quando ero al Real Madrid, al minuto 7 sullo schermo appariva il volto di un campione come Juanito, morto giovanissimo per un incidente stradale».

 


Cosa è stato per lei Maradona?
«Sono arrivato nelle giovanili del Napoli quando gli azzurri vinsero il primo scudetto. E noi eravamo al settimo cielo. Era motivo di grande fierezza; eravamo i ragazzini del Napoli che dominava in Italia».


Il suo primo incontro con lui?
«Io e Ametrano ci intrufolavamo a Soccavo. Gli chiedemmo se aveva delle scarpette da calcio da regalarci. Lui entrò nel magazzino e uscì con un paio di scarpe per ciascuno. Taglia 40. Pure se non mi fossero andate, me le sarei messe lo stesso. E per giocarci le sfondai. Non rimase praticamente nulla».

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Era un gigante per voi delle giovanili?
«Per me è stato una specie di supereroe. Che ne so: Superman e l’Uomo Ragno assieme. A noi regalavano una tessera per la tribuna laterale, ma per fare il tifo scavalcavamo per andare in curva. Poi ci portarono a fare i raccattapalle e il giorno della gara-scudetto con la Fiorentina io venni chiamato all’improvviso, perché mancava un ragazzo, dal professor Scarpitti a giocare la partitella che una volta si disputava prima del match tra i giovani. E così ho potuto assistere da vicino alla festa con Diego e tutti gli altri».


Una volta rischiò anche di fargli male, però?
«È vero, durante l’allenamento del giovedì entrai in scivolata sulle sue gambe. Paolo Fino che era il responsabile mi richiamò “ma stai fuori? Va’ chian...”. Ma Diego disse: “ha fatto bene”».


L’amicizia quando nasce?
«Dopo che va via. Nel 1993 andiamo in tournée in Argentina e Ciro Ferrara organizza la cena a casa sua. Mi presenta e lui mi dice: “Come no, Fabio, quello della scivolata”». 


Come ha reagito alla notizia?
«Abbiamo sperato che fosse una esagerazione. Ho capito che era vero quando ho sentito mio padre». 


Cosa pensa?
«A quello che è riuscito a regalare a ognuno di noi. Emozioni». 


Come lo ricorderà?
«Io l’ho visto sempre felice. Per due anni ha abitato davanti casa mia a Palm Jumeirah a Dubai e devo dire che era sereno, poteva girare liberamente sulle spiagge e sentirsi quasi una persona normale».


Lei ci ha mai pensato, come lo avrebbe cercato di fermare?
«All’epoca o prendevi il pallone o prendevi la gamba. Tranne che con lui, perché andava così veloce che non riuscivi molto spesso a prendere né l’uno né l’altra».


La scena che porta nel cuore?
«Ne ho due: dopo la vittoria della Coppa Uefa a Stoccarda quando cerca Ferrara in lacrime e se lo coccola dicendogli “Ciruzzo è napoletano e se lo merita più di tutti”. Poi, un altro abbraccio: a Pelé, a Mosca, al sorteggio per i Mondiali. Alla fine erano due vecchi amici».
 

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