Maradona, Antonio Cabrini spacca Napoli: «Se fosse stato alla Juve Diego sarebbe ancora vivo»

Maradona, Antonio Cabrini spacca Napoli: «Se fosse stato alla Juve Diego sarebbe ancora vivo»
di Antonio Menna
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Sabato 28 Novembre 2020, 08:09 - Ultimo aggiornamento: 08:59

Tocca ad Antonio Cabrini il compito di rompere il coro solenne di beatificazione laica di Diego Armando Maradona. «Maradona sarebbe ancora vivo se all’epoca fosse stato della Juve e non del Napoli. L’amore della città è stato tanto forte e autentico quanto malato», ha detto lo storico terzino bianconero e della nazionale, campione del mondo nel 1982. Una fucilata, su cui è immediatamente partito il dibattito.

«È una frase che voglio chiarire – spiega Cabrini qualche ora dopo –. Esistevano due personalità in Maradona. C’era il campione in campo, un fenomeno assoluto, un uomo che poteva vincere una partita da solo. E poi c’era Diego fuori dal campo. Un ragazzo meraviglioso, per molti aspetti, che ho conosciuto nella sua generosità e umanità, ma anche con tante insicurezze, che lo hanno portato a volte a fare scelte sbagliate, come l’abuso di stupefacenti e la vita sregolata. Quello che voglio dire è che in un ambiente più rigido, più inquadrato, più strutturato, anche più severo, forse Diego avrebbe avuto meno occasioni di smarrimento e più controllo. Forse avrebbe sbagliato meno. La rigidità dell’ambiente di Torino lo avrebbe potuto aiutare. Ma questo non significa che sia stata Napoli la responsabile dei suoi errori. Le scelte sono sempre personali. Napoli lo ha amato in modo viscerale per il genio che esprimeva e gli ha perdonato la sregolatezza». 


NESSUNO LO HA AIUTATO
«Consiglierei a Cabrini più prudenza». La replica arriva da Guido Trombetti, ex rettore della Federico II, tifosissimo del Napoli. «Ma capisco quello che vuole dire. Maradona a Napoli è stato un elemento identitario. Intorno a lui la città ha recuperato un senso di identità collettiva che in rare occasioni si è verificato. Però dobbiamo anche dire che non lo hanno aiutato, come non lo hanno aiutato gli argentini. Maradona è stato attorniato fin dal suo arrivo da un pulviscolo di volti lombrosiani che lo hanno spremuto. Quel ragazzino, senza protezione culturale, a poco più di 20 anni, catapultato dalla suburra argentina alla vetta del mondo, è stato travolto dal suo successo, e intorno a lui si è formato un mostruoso coagulo di gente interessata che gli ha succhiato il sangue. Maradona è scampato 4-5 volte alla morte. Chi lo ha aiutato? Nessuno. È morto solo, alla fine».

 

Una posizione condivisa anche da chi il calcio lo vive quotidianamente, come il tecnico del Liverpool Jurgen Klopp. «La sua vita dimostra quanto può essere bello e difficile essere un calciatore - ha detto - Penso che, se quando era ancora con noi, gli avessimo mostrato il rispetto che meritava invece di chiedergli un selfie, avremmo potuto aiutarlo». 

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L’ORGOGLIO COMPENSATO
«A me la dichiarazione di Cabrini sembra assurda – dice Guido D’Agostino, storico, docente universitario e per anni assessore comunale -. Come dire che il solo fatto di giocare nella Juventus preservi dal male? Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il culto di Maradona, anche in queste ore, sia eccessivo. È una critica che capirei, visto che abbiamo tanti problemi a cui ci dedichiamo poco. Magari muore un uomo di scienza e non importa a nessuno. Ma questo riguarda le priorità della comunità. Nei confronti del calcio, a Napoli, c’è un’attenzione enorme. Io lo chiamo meccanismo di orgoglio compensato: tutto va male ma per una volta siamo primi al mondo». 


«Escludo un pensiero razzista da parte di Cabrini – dice Davide Tizzano, canottiere, oro olimpico a Seul e ad Atlanta -. Quello che vuole dire lui, peraltro, lo penso anche io. Può sembrare un pensiero scomodo ma c’è una verità. In una società diversa l’atleta sarebbe stato gestito diversamente e magari aiutato. A Napoli il genio ha prevalso sul raziocinio. All’epoca Ferlaino non muoveva un dito per controllare Maradona. A lui bastava il fenomeno. Maradona la domenica sera, dopo la partita, spariva, non si sapeva dove andava e cosa faceva, ricompariva il mercoledì, a volte il giovedì. Se io sono un dirigente, e il mio giocatore di punta fa queste cose, come faccio a non prendere provvedimenti? In un’altra società non sarebbe accaduto. C’è da dire, però, che forse Maradona non avrebbe mai scelto Torino: lui a Napoli si sentiva a casa e aveva bisogno di questo».
 

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