Luca Parmitano lodato dal Premio Nobel per la Fisica Samuel Ting: «Impresa fantastica, hai salvato la macchina Ams che svela origine dell'universo». Docuserie Disney+

L'astronauta catanese dell'Agenzia spaziale europea protagonista della docuserie americana. Il trailer

Luca Parmitano lodato dal Premio Nobel per la Fisica Samuel Ting: «Impresa fantastica, hai salvato la macchina Ams che svela origine dell'universo». Docuserie Disney+
di Paolo Ricci Bitti
12 Minuti di Lettura
Martedì 23 Novembre 2021, 12:32 - Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 16:14

«Bravo Luca, hai compiuto un'impresa eccezionale salvando l'Ams (la macchina che svela l'origine dell'universo)», dice commosso a Parmitano il Premio Nobel americano per la Fisica, Samuel Ting.

E in effetti è proprio Luca Parmitano e non Chris Cassidy o Drew Morgan il protagonista di almeno quattro delle sei puntate della magnifica docu-serie Among The Stars (La via per le stelle) ora in onda su Disney+. La major statunitense deve essersi sbagliata perché nelle presentazioni e nei trailer il peso del ruolo dell'Italiano non è mai abbastanza sottolineato rispetto a quello dei colleghi americani. E' come se in un documentario sul primo trapianto di cuore effettuato nel 1967 a Città del Capo dal chirurgo sudafricano Christiaan Barnard si presentassero in primo piano i colleghi ferristi che in sala operatoria gli hanno passato i bisturi invece che lo stesso Barnard.

Lassù, in orbita con la stazione spaziale internazione, ad operare a "cuore aperto" l'Ams (Alpha Magnetic Spectrometer) da due miliardi di dollari è stato proprio l'astronauta di Catania riuscendo a compiere tra i 2019 e il 2020 operazioni complesse che nell'addestramento a terra non erano mai riuscite. Sì, avevamo tutti letto di quelle Eva (attività extra veicolari) e visto quelle immagini sull'intervento di riparazione dell'Ams, ma senza la docuserie della Disney+ non avremmo mai afferrato fino in fondo la complessità e il valore di quello che Parmitano è riuscito a fare permettendo la riaccensione della macchina che va a caccia di particelle e materia oscura per aiutare i fisici a investigare sull'origine dell'universo. Fisici quali il Nobel Samuel Ting,  e Roberto Battiston, ex presidente dell'Agenzia spaziale italiana, "padri" dell'Ams.   

Di più: mettendo a segno quella straordinaria riparazione in orbita, Parmitano e l'enorme squadra di tecnici della Nasa hanno dimostrato che nei futuri viaggi interplanetari (a cominciare da quelli per Marte) non sarà fantascienza effettuare riparazioni di parti anche molto complesse delle astronavi. Ecco, Parmitano che trasforma la fantascienza in scienza.

E sarà pure una questione di marketing e di patriottismo, perché questa serie è ambientata in casa della Nasa, ma alla fine delle sei puntate, che lasciano a bocca aperta, restano impressi soprattutto lo stupore e l'ammirazione - in primo luogo proprio da parte degli americani -  per l'impresa compiuta dall'astronauta italiano due anni fa. 

Fra l'altro Parmitano godeva già di forte credito presso la Nasa: nel 2013, al debutto nello spazio con la missione "Volare, era stato il primo italiano ad effettuare una passeggiata spaziale e, al tempo stesso, il primo astronauta nella Storia a rischiare di morire annegato nello spazio.

C'è anche quella drammatica Eva 23 nella serie della Disney+ che riprende immagini viste finora solo nel documentario "corto" della Nasa "We almost kill an astronaut", non diffuso in Italia: per un guasto al sistema di refrigerazione della tuta, Parmitano si trovò il casco invaso dall'acqua, un incidente non previsto dai manuali Nasa eppure vasti come la Treccani. Per salvare la pelle, il pilota collaudatore dell'Aeronautica militare, oggi 45enne, dovette usare tutto il sangue freddo e tutta l'esperienza accumulata nella carriera. E l'istinto, perché appunto si trattava di una situazione imprevista e imprevedibile. Fa paura il suo volto tirato e stravolto che "emerge" da quell'acquario che era diventato il suo casco, con i compagni sull'Iss che si affannano per soccorrerlo una volta che a tentoni, con la bocca, il naso, gli occhi e le orecchi "tappati" dall'acqua, era riuscito a riguadagnare l'accesso all'airlock (portellone) .

"He looks miserable, but he is still alive" disse il suo compagno di Eva, Chris Cassidy, una pellaccia di Navy Seals che ne aveva viste di tutti i colori anche in teatri bellici. Nei mesi successivi, grazie all'aiuto di Parmitano, la Nasa modificò definitivamente il meccanismo della tuta eliminando il rischio di un incidente mortale che l'astronauta italiano aveva sfiorato. E già qui il catanese era diventato un asso per gli americani che intanto avevano riconosciuto "di avere quasi ammazzato un astronauta" (We almost kill...).

La riparazione

Eppure lo scienziato americano di origini cinesi Samuel Chao Chung Ting, una vita che vale un romanzo e Nobel per la Fisica nel 1976 grazie alla scoperta di un nuovo tipo di particella pesante, il mesone J/ψ, se ne era uscito con un poco lusinghiero: "Parmitano chi?" quando gli avevano detto che sarebbe stato l'italiano a tentare di riparare l'Ams installato nel 2011 sulla stazione spaziale internazionale che in quel periodo accolse contemporanemente gli astronauti Roberto Vittori e Paolo Nespoli.

Perché puntare su Parmitano invece che su un americano? Semplicemente perché era l'astronauta che se l'era cavato meglio di tutti durante gli estenuanti addestramenti per tentare di capire come riparare l'impianto a pressione di una macchina unica nella storia della scienza. Una macchina agganciata all'esterno dell'Iss che non avrebbe dovuto avere bisogno di alcuna manutenzione alla quale quindi non era predisposta.

Come si lavora in orbita

Una precisazione. Lassù a 400 chilometri di quota, mentre si sfreccia a 28.800 chilometri orari compiendo ogni 90 minuti un'orbita completa della Terra passando in un batter d'occhio dal giorno alla notte (ovvero dalla temperatura di più 100 gradi abbagliati dalla luce del sole alla temperatura di meno 150 gradi brancolando nel buio siderale), la situazione è molto critica per i meccanici-idraulici-elettricisti spaziali. Altro che passeggiare, altro che fluttuare morbidamente da un segmento all'altro dell'Iss. Per riparare l'Ams sono servite quattro Eva da 8 ore ciascuna durante le quali Parmitano è restato assicurato per i piedi al braccio robotico - manovrato da  Christina KochJessica Meir - che l'aveva portato a ridosso della macchina pesante 8 tonnellate, un parallelepipedo di 5 metri per 4 per 4. Il pannolone e una cannula per bere, ché non c'era modo e tempo di andare in bagno o alla macchinetta del caffé: ecco gli unici comfort in quelle lunghe ore durante le quali maneggiare utensili ideati per l'occasione. "Maneggiare" è un termine grosso: fate conto - l'ha spiegato Parmitano - di aprire e chiudere il pugno per otto ore (otto ore) comprimendo e rilasciando una pallina da tennis mentre indossate non diciamo un guanto da baseball, ma almeno uno da sci, di quelli ben imbottiti. Altri virtuosismi manuali non sono possibili in quelle condizioni e infatti quasi tutti gli utensili classici per gli astronauti funzionano come pinze senza dover ruotare i polsi. 

Per riparare l'Ams c'era però da fare un salto di qualità. Si era rotto un impianto a pressione costituto da una ventina di tubicini metallici spessi come un grissino torinese. E non si potevano sostituire ex novo, no, bisognava ricollegarli con giunti a tenuta stagna ideati per l'occasione. Immaginate quei "grissini torinesi" e quei giunti, grandi come un accendino Bic, maneggiati con i guantoni da sci per otto ore, in orbita, sfrecciando, il sole, il buio, la sete, il pannolone e via andare, una difficoltà dopo l'altra. Alla Nasa hanno lavorato due anni solo per capire come fare quella riparazione e poi altrettanti per costruire da zero utensili e pezzi di ricambio. Alla fine hanno preso gli astronauti, li hanno infilati nella tuta e hanno cercato di insegnare loro come procedere.

A terra, si capisce, perché non era possibile effettuare quell'addestramento in orbita. Niente da fare: il 90% delle operazioni di smontaggio e riassemblaggio dell'impianto sembrava possibile anche nello spazio, ma ogni entusiasmo spariva quando, dopo millanta tentativi, nessun astronauta riusciva a montare il giunto che collegava i tubi facendo scattare un "clic" e facendo apparire un segno rosso che significavano "tutto ok, l'impianto regge di nuovo la pressione".

Per di più c'era anche da tenere a mente la disposizione di una ventina di tubicini intrecciati fra loro. "Dunque prendi il terzo dall'alto, quello blu, e il quarto dal basso, quello giallo, ci sei? Ecco, non toccare il secondo a destra e il quinto a sinistra, ci sei? Poi prendi il giunto...": queste le manicomiali istruzioni dettate agli astronauti costretti a usare utensili legati alla cintura o ai polsi perché lassù non è che puoi appoggiarli per un momento sul bancone degli attrezzi per rifiatare o studiare. 

Insomma, appariva in tutto e per tutto una riparazione al limite dell'impossibile da fare a terra, figuriamoci in orbita. Ovvero, senza avere i guanti della tuta spaziale l'operazione in sé di collegamento a pressione dei tubicini non era insormontabile, ma lo diventava quando si provava a farla nelle condizioni il più possibile identiche a quelle che avrebbero sperimentato gli astronauti in orbita. Nulla da fare, quel "clic" non riecheggiava mai e i tubini continuavamo a perdere pressione. Era disperante vedere la delusione degli astronauti e delle centinaia di tecnici nel capannone della Nasa, un fallimento dopo l'altro. Per non dire della faccia di Samuel Ting, classe 1936, premio Nobel dal carattere assai ruvido. Si era illuso, l'avevano illuso, che la sua fantastica macchina acchiappa materia oscura sarebbe stata riparata e invece adesso quel trust di brillanti cervelli e di sperimentati astronauti non riusciva a risolvere il problema finale: effettuare la riparazione in orbita.

Alta tensione a Houston quando alla fine si è deciso che bisogna comunque tentare nelle speranza di non avere gettato quattro anni di lavoro e chissà quanti milioni di dollari. E' stato in quel momento che la Nasa ha comunicato a Samuel Ting che sarebbe stato Parmitano a tentare il miracolo perché se la cavava meglio dei colleghi americani. La faccia e l'espressione dello scienziato sono indimenticabili.

La serie "Among the star" entra nel vivo dopo avere raccontato - molto bene e con immagini fenomenali - cose effettivamente già viste tipo l'addestramento degli astronauti a Houston, Mosca e Tokyo. Un "dietro le quinte" affascinante anche perché scandaglia in profondità l'anima degli astronauti.

Si trattiene il respiro quando Parmitano, aperto il "torace" dell'Ams, mette a nudo la selva di tubicini. E poi ecco i giunti. Intanto sotto di lui lo spettacolo meraviglioso della Terra che scorre in pochi minuti da un continente all'altro, ma l'astronauta non si può permettere un secondo di distrazione neppure di fronte a tanta bellezza. Al suo fianco l'amico Drew Morgan, americano, pronto ad assisterlo e a passargli i "ferri".

Si suda freddo con Parmitano quando stringe nel guantone di sinistra il minuscolo tubicino e nel guantone di destra il minuscolo giunto. Ecco, il giunto si è infilato in entrambi i capi del tubicino, si può vedere dal segno rosso sul giunto se il sistema regge la pressione. No, macché, il tubicino continua a perdere, maledizione. 

Stacco sulle facce terree dei tecnici a Houston, ulteriore primo piano funereo di Samuel Ting.

"Ora riprovo", dice Parmitano. E ancora, con infinita pazienza da chirurgo, lui abituato a domare i due Mach di un Tornado o i 28.800 kmh di una navicella Soyuz, di nuovo l'astronauta italiano infila il giunto nei tubicini.

No, nel docufilm il "clic" salvifico non si sente, ma si ode il battito cardiaco di Parmitano e dei tecnici che inizia a galoppare. Ora si vede sul giunto il segno rosso, il tubicino regge la pressione, la riparazione può essere portata termine.

Svenimenti a Houston, Samuel Ting si accascia su una sedia, una nuova luce negli occhi.

Parmitano ce l'ha fatta. L'asso italiano dell'Agenzia spaziale europea è riuscito a compiere operazioni che non si credevano possibili, che nessuno aveva mai compiuto. Quattro Eva da 8 ore ciascuna: una fatica fisica e mentale da abbattere un toro.  Ora l'Ams acchiappa di nuovo particelle e materia oscura.

Terminata la missione "Beyond" il 6 febbraio 2020, Parmitano viene celebrato a Houston da Samuel Ting e dai tecnici della Nasa: applausi, abbracci, Ting si "scioglie" nei complimenti e dimentica i momenti a muso duro con gli ingegneri americani ripresi senza filtri dalla docuserie: «Grazie Luca, hai compiuto un'impresa eccezionale», la frase che si sente di più. Poi "Among the Star" riprende a raccontare di Chris Cassidy e Drew Morgan, c'è qualche passaggio anche con Samantha Cristoforetti che in aprile tornerà sull'Iss da Comandante, proprio come Parmitano, la star di "Among the Star". 

Paolo Ricci Bitti

La storia dell'Ams

L'Ams è uno degli esperimenti più ambiziosi mai realizzati nello spazio. Frutto di una collaborazione internazionale nella quale l'Italia gioca un ruolo importante, è stato costruito per andare a caccia dei fenomeni cosmici più misteriosi, come la materia oscura che occupa circa il 25% dell'universo, e come l'antimateria.

L'esperimento Ams (Alpha Magnetic Spectrometer) è stato ideato 20 anni fa dal Nobel Samuel Ting, del Cern di Ginevra, e da Roberto Battiston, poi divenuto anche presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi). Costato 2 miliardi di dollari, Ams è frutto di una vasta collaborazione internazionale coordinata dal Dipartimento Usa dell'Energia con la guida scientifica di Ting.

E' uno dei più ambiziosi progetti della fisica contemporanea. Coinvolge 650 ricercatori di 16 Paesi e l'Italia è il maggior contribuente, con una partecipazione del 25%, attraverso Asi e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Il 10% dei ricercatori che hanno partecipato al progetto sono italiani delle Università e Sezioni Infn di Perugia, Pisa, Bologna, Roma Sapienza, Milano Bicocca e Trento e sono numerose anche le piccole e medie aziende che hanno contribuito a realizzare questo strumento senza precedenti.

Dal 2011 Ams è in “servizio” all'esterno della Stazione Spaziale Internazionale (Iss). E' stato portato lassù dallo shuttle Endeavour, con la missione che per la prima volta ha visto contemporaneamente sulla stazione orbitale due astronauti italiani: Roberto Vittori e Paolo Nespoli, entrambi dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Vittori ha 'scortato' Ams sullo shuttle e poi ha manovrato il braccio robotico della navetta americana, passando il carico dalla stiva al braccio robotico della Iss.

Nei suoi primi quattro anni di attività Ams ha raccolto più di 60 miliardi di eventi. Grazie ai suoi 650 computer e 300.000 canali di elettronica, Ams misura con un'altissima precisione il flusso dei raggi cosmici, le particelle ad altissima energia che sfrecciano nell'universo. Fra esse i rivelatori di questo gigantesco strumento cercano le più strane e sconosciute, probabili spie della materia oscura, oppure di un mondo opposto a quello che conosciamo, nel quale nuclei di anti-elio potrebbero costituire il cuore di anti-stelle.

Ting e Roberto Vittori (secondo da destra)

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