Loredana Bertè: «Mai stata signora e mai lo diventerò. Cerco la solitudine e me la godo»

La popolare cantante anche quest’estate è fra le più ascoltate con “Mare malinconia” (realizzata con Franco126): «Ho accettato di interpretarla perché parla di una donna piena di vita ma tormentata, libera e combattiva come me»

Loredana Bertè: «Mai stata signora e mai lo diventerò. Cerco la solitudine e me la godo»
di Mattia Marzi
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Domenica 21 Agosto 2022, 07:35 - Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 09:09

La scena è iconica. Vittorio Salvetti, storico patron del Festivalbar, sul palco ha appena consegnato il trofeo per la categoria uomini dell'edizione 1982 della kermesse a Miguel Bosè, premiato per la sua Bravi ragazzi: «Ti puoi fermare un momento per premiare una tua cara amica?», domanda il padrone di casa al cantante. Loredana Bertè si presenta davanti agli oltre ventimila spettatori dell'Arena di Verona, che l'11 settembre 1982 ospita la finale del Festivalbar, in abito da sposa, con tanto di velo e bouquet. «Ora mi dici come fai a cantare vestita così Non sono una signora, la punzecchia Salvetti, pronto a consegnarle il trofeo per la categoria donne, al termine di un'estate da regina delle classifiche. Bosè sta al gioco: «Loredana, ma cosa succede? Ti sposi?».

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La Bertè sorride: «È vero, oggi mi sono sposata. Con te, con te, con te e con te», dice, indicando i vari spalti della gremitissima arena. Poi parte la hit scritta da Ivano Fossati, un abito cucito su misura per lei: «Non sono una signora, una con tutte stelle nella vita. Non sono una signora, ma una per cui la guerra non è mai finita», canta Loredana Bertè, alzando il pugno chiuso e gettando via il velo. Alla fine dell'esibizione inciampa nell'abito: «Non sono una signora, non sono abituata a portarli», scherza lei al microfono.


Quarant'anni dopo è cambiato qualcosa?
«No. Non sono mai stata una signora e mai lo sarò. Anche a distanza di quattro decenni questa canzone continua a essere il mio manifesto. E se devo dire una cosa, la dico».


Si ricorda il preciso istante in cui Fossati gliela fece ascoltare per la prima volta?
«Fu Mimì (la sorella Mia Martini, ndr) a organizzare tutto. Fossati in quel periodo lavorava negli Stati Uniti, affidandosi solo a musicisti internazionali. Mi chiamò per farmi andare da lui ad ascoltare il pezzo. Sembrava la mia autobiografia. Decisi di inciderlo. In studio fu quasi un gioco. Ivano mi diede il foglio e io iniziai a leggere la strofa improvvisando. Come spesso accadeva con lui, fu buona la prima. Mimì registrò il controcanto. Se non fosse stato per lei, Non sono una signora non sarebbe mai esistita».


Che messaggio voleva trasmettere vestita in quel modo sul palco del Festivalbar?
«Volevo fare un inno all'emancipazione femminile, al superamento dei cliché e dei luoghi comuni. Come il fatto di chiamare signore le donne sposate e catalogare le altre come signorine a vita. Non avviene la stessa cosa con gli uomini: nessuno chiamerebbe uno scapolo attempato signorino. Iniziai la mia esibizione con i capelli raccolti, il velo e il bouquet, prima di sciogliermi i capelli e liberarmi di tutto: era il mio grido di ribellione».


Oggi Non sono una signora non manca mai nei cortei femministi. Che effetto le fa realizzare che una sua canzone è diventata un inno per il movimento?
«Mi rende orgogliosa. Non sono stata una vera e propria militante, ma con la mia musica e con il look ho sempre cercato di abbracciare le idee del movimento, offrendo l'immagine di una donna libera, indipendente, combattiva, selvaggia».


Signora, però, ad un certo punto lo è stata per davvero. Due volte. Prima nel 1983, quando sposò Roberto Berger (figlio dell'imprenditore miliardario Tommaso, ndr). Poi nel 1989, quando disse sì al re del tennis Björn Borg. Quei vestiti hanno mai fatto per lei?
«Nel senso classico del termine, no. Con Berger ci sposammo alle Isole Vergini e per l'occasione indossai una veste bianca e una coroncina di fiori in stile hippie. Con Borg, invece, scelsi un velo rosso. Conosce altre donne che si sono sposate conciate in quel modo? (ride)».


E i tacchi, invece?
«Ne ho portati di ogni forma e misura. Ma le mie scarpe di ordinanza sono sempre stati gli stivaletti».


Che moglie è stata Loredana Bertè?
«Ho provato a essere una compagna di vita per Björn e una madre per suo figlio Robin. Ce l'ho messa davvero tutta per costruire una famiglia con l'uomo che amavo. Per lui lasciai tutto e mi trasferii in Svezia, prima di capire che l'amore è sopravvalutato: ti invade e ti finisce. Dopo l'ennesima lite furibonda fuggii a prendere aria sul molo. Era l'alba. Rimasi come ipnotizzata dal paesaggio del Mar Baltico. In spiaggia scrissi Da queste parti stanotte, che suonava come un addio: fu la colonna sonora della fine di quel matrimonio».


Il mare ritorna spesso nelle sue canzoni. Nel quarantennale di Non sono una signora è protagonista dell'estate musicale con Mare malinconia, frutto della collaborazione con il romano Franco126. Cosa l'ha convinta ad accettare?
«La canzone, che racconta la storia di una giovane donna piena di vita ma con dei demoni interiori che la tormentano».


A 71 anni si basta sola?
«Sì. E la solitudine non la soffro. La cerco e me la godo. Ho sempre tenuto ai miei spazi e alla mia indipendenza e non cambierò certo idea ora».


Rimpiange il fatto di non aver avuto figli e di non poter lasciare a nessuno qualcosa di suo?
«Ci penso spesso. Ne avrei tanto voluto uno, di figlio. Avevo anche scelto il nome: Lupo. Le circostanze lo hanno impedito. Oggi vedo come figli i miei fan. E il mio lascito per i posteri sarà la mia musica».
 

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