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Greta Gila, modella in galera a Civitavecchia da innocente: è stata scambiata per un narcos

L'incubo per Greta Gila è finito, ma la sua vita adesso è in mille pezzi

La reginetta di bellezza in galera da innocente: scambiata per un narcos
di Giuseppe Scarpa
4 Minuti di Lettura
Lunedì 7 Febbraio 2022, 07:45 - Ultimo aggiornamento: 07:51

Da reginetta di bellezza a corriere della droga il passo è stato breve. Peccato, però, che l'accusa fosse priva di fondamento. Lei, con quella partita di cocaina, non aveva nulla a che fare. Il carcere però se lo ha fatto. Poco meno di tre mesi in cella a Civitavecchia. Adesso le cicatrici che si porta addosso sono gli incubi la notte: trovarsi rinchiusa in un penitenziario e le crisi di panico che esplodono incontrollate.

Greta finisce in carcere scambiata per un narcos


A 24 anni la sua vita è già irrimediabilmente segnata come il suo sogno, distrutto, di proseguire a calcare le passerelle di mezzo mondo. Obiettivo archiviato nonostante fosse in rampa di lancio. Candidata a miss Ungheria 2018, diventa miss turismo lo stesso anno e tra le partecipanti a miss Universo in Cina.
Ma se il 2018 è stato un anno di trionfi il 2019 è stato un anno orribile per Greta Gila, modella ungherese. Per lei, il 22 marzo di tre anni fa, si sono spalancate, improvvise, le porte del carcere. La ragazza è stata risucchiata dal sistema penitenziario senza capire cosa le stesse accadendo. Salvo poi, a distanza di dieci mesi, ricevere un pezzo di carta dove i giudici le comunicavano che inquirenti e investigatori si erano sbagliati. Insomma lei non era una pusher e quella droga non era la sua, come aveva sostenuto fin dal primo momento.

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Greta, In Italia, è di passaggio. La sua meta è il Giappone. Tokyo dove è attesa per un servizio fotografico. All'aeroporto di Fiumicino, però, fermano una persona, una sua conoscente. La donna ha con sé della cocaina, afferma che la destinataria sia proprio Greta in quel momento in un hotel. L'accusa è sufficiente per far arrestare la ragazza. Alla porta dell'albergo bussano le forze dell'ordine in borghese. Greta, spiegherà dopo, «pensavo fossero una banda di sequestratori». Insomma mai avrebbe immaginato un arresto. Eppure, nel giro di un paio d'ore, si ritrova dentro una cella, in un paese straniero, senza conoscere la lingua e senza aver capito bene cosa sia successo. Un dramma.


In tutto, dietro le sbarre, la 24enne, trascorre 74 giorni. Poi viene liberata. Dal labirinto della giustizia italiana, in cui è stata scaraventata, non è ancora uscita. Infatti su di lei pende l'indagine per spaccio internazionale. Per questo la misura cautelare viene solo attenuata, c'è l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Nel frattempo il suo servizio fotografico in Giappone viene annullato, il contratto stracciato. Lei è bloccata in Italia. Poi arriva il 16 dicembre. La data che segna la fine di un periodo folle. Il giudice archivia l'indagine su richiesta della procura.

L'archiviazione


L'inchiesta si era rivelata talmente infondata che i pm non hanno chiesto nemmeno il processo per la modella. Così scrive il gip che, di fatto, cestina le accuse degli investigatori: «infondatezza della notizia di reato» nonostante «le lunghe indagini espletate».

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Vita distrutta


L'incubo per Greta Gila è finito, ma la sua vita adesso è in mille pezzi. La prima cosa che fa è fuggire dall'Italia. Prima, però, si rivolge all'avvocato che è riuscito a dimostrare la sua innocenza. A lui, il penalista Massimiliano Scaringella, affida il compito di essere risarcita per ingiusta detenzione. La modella chiede allo Stato italiano 100mila euro.


Il 22 febbraio, i giudici quarta sezione penale della corte d'Appello di Roma, decideranno se accogliere la richiesta della modella ungherese. «In questa vicenda ha mostrato grande intelligenza la procura di Civitavecchia che, dopo una diffidenza iniziale, ha verificato la tesi difensiva dell'indagata libera da preconcetti. Adesso - prosegue l'avvocato Scaringella - la fase risarcitoria è di fondamentale importanza. Oltre che per un equo ristoro come ovvio delle vittime di errori, anche per invitare a una maggiore prudenza nella formulazione di ipotesi accusatorie non adeguatamente verificate e supportate».
 

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