Alessandro Gassmann: «Omofobia, bullismo, risorse: la scuola soffre. Ma i giovani sono migliori di noi»

L'attore racconta il suo ruolo in "Un professore", serie dall'11 su Rai1: «Chi insegna deve spingerli a pensare e ad appassionarsi»

Alessandro Gassmann: «Omofobia , bullismo, risorse: la scuola soffre. Ma i giovani sono migliori di noi»
di Ilaria Ravarino
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Martedì 9 Novembre 2021, 07:34 - Ultimo aggiornamento: 08:18

«Nella scuola italiana c'è stata una cesura dopo la pandemia: perché la tv non la racconta?». Serpeggiava un certo malumore ieri tra i docenti del liceo Mamiani di Roma, scelto per presentare la fiction Un professore, con Alessandro Gassmann e Claudia Pandolfi, in onda in sei prime serate su Rai1 da giovedì. Tema della serie, girata dal 66enne Alessandro D'Alatri e scritta dal 74enne Sandro Petraglia: la scuola. Non quella di oggi, reduce dalla dad, con le mascherine e gli strascichi pandemici, ma un'istituzione «immutabile, che giudica i ragazzi senza aiutarli a unire i puntini, a farsi domande - diceva D'Alatri - Insomma, la scuola che ricordo io». Un mondo con le sue criticità - bullismo, omofobia, abuso di tecnologia - in cui irrompe un anticonvenzionale professore di filosofia, il 56enne Gassman, che risveglia negli studenti l'interesse per la ricerca di se stessi.

Gassmann, a Venezia non aveva detto che avrebbe cercato ruoli diversi?
«Infatti: in tv è la prima volta che faccio una commedia. Questo è un personaggio importante per me, lo dico come attore e come padre di un ragazzo di 22 anni (il cantante Leo Gassmann, ndr)».

Perché?
«Perché la scuola è la società del futuro, e il futuro è dei ragazzi. Oggi è fondamentale che chi insegna, più che dare risposte agli studenti, li spinga a pensare e ad appassionarsi».

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Si poteva fare di più per la scuola in pandemia?
«Anche se mi piace commentare sui social, non sono un politico. E non ho invidiato la classe dirigente durante la pandemia. Hanno avuto un compito difficilissimo, potevano fare meglio. Ma anche peggio».

Omofobia, bullismo, mancanza di risorse: la scuola come sta?
«Soffre. E soffrono i ragazzi, preoccupati per l'eredità che gli stiamo lasciando, tra clima e diritti civili calpestati. Fortunatamente sono diversi da noi, migliori. Quelli della mia età dovrebbero avere il coraggio di ascoltarli di più».

Domenica era da Fazio quando Spadafora ha fatto coming out. Che ne pensa?
«Che abbiamo ancora bisogno di dire che essere omosessuali è normale. La situazione dei diritti in Italia è in netto peggioramento. Il fatto che una persona debba andare in tv a parlare di certe cose, è un brutto segnale».

Gli spettatori sono in fuga dalla tv: chi guarderà Un professore?
«Dalle piattaforme arriva una produzione immensa di serie di alto livello, non ci si può fare nulla. E prima o poi anche la Rai dovrà adeguarsi alla visione sul computer o sul telefono. Speriamo che gli spettatori guardino Rai1. Per tutti gli altri c'è RaiPlay».

E della crisi delle sale che pensa? Ottimista o pessimista?
«Ottimista per natura, il cinema italiano è in ripresa. Ma nelle sale va il 25 per cento del pubblico e per gli esercenti è un bagno di sangue. Credo che cinema e piattaforme debbano convivere. Anche il mio film, Il silenzio grande, sarà presto su Amazon».

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È vero che reciterà in un film alla Brancaleone?
«Sono nel cast del Pataffio di Francesco Lagi. La matrice del film è brancaleoniana, l'ambientazione medievale. Abbiamo girato in Ciociaria insieme a Giorgio Tirabassi, Valerio Mastandrea e Lino Musella, che è il protagonista. Io interpreto frato cappuccio, l'unico che parla solo in latino. Uscirà spero il prossimo anno».

Come mai è così in forma?
«Sto finendo di girare un film d'azione, Il mio nome è vendetta, per Netflix international. Lo gira Cosimo Gomez e da nove settimane non faccio altro che uccidere persone. Vorrei fare solo questo: ci metterei la firma, per una fine carriera alla Charles Bronson».

 

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