Franco Ascantini è morto: il professore del rugby aveva 86 anni Chi era Gli All Blacks e il lutto in Irlanda-Italia Oggi il funerale Il ricordo di Daniele Pacini

Franco Ascantini è morto: il professore del rugby ha passato la palla a 86 anni Chi era
di Paolo Ricci Bitti
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Lunedì 21 Febbraio 2022, 09:10 - Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio, 23:19

Franco Ascantini è morto: il professore del rugby ha passato la palla a 86 anni a Roma. Lo ricorderanno per sempre le decine di migliaia di ex bambini e bambine che lui e gli allenatori da lui formati hanno avviato allo sport in cui Ascantini ha interpretato tutti i ruoli, compreso quello più importante: pioniere ovvero missionario di un "gioco" considerato strumento educativo per eccellenza. Un educatore prima ancora che un allenatore. Importante, per la sua formazione, le origini gallesi della madre Fausta: i nonni di Franco erano emigrati al di là del Severn all'inizio del Novecento.

Il ricordo di Daniele Pacini

«Franco Ascantini non voleva formare giocatori o allenatori, voleva formare uomini. E, sopra a ogni cosa, voleva portare lo sport, tanto meglio se il rugby, nella scuola, perché aveva visto che nei sistemi educativi dei paesi anglosassoni e in Francia lo sport era, ed è, fondamentale».

Daniele Pacini, romano e Direttore tecnico della Federazione italiana rugby, è fra le migliaia di rugbysti educati a partire dal 1960 dal “Professore”, ché con Ascantini bastava il titolo: di altri “prof” non ce n’erano nel rugby italiano che lui ha attraversato in ogni ruolo prima di passare per l’ultima volta la palla domenica notte a Roma all’età di 86 anni.

«E' stato grazie a lui che il rugby conobbe un periodo di forte espansione con il sistema, mutuato dalla Francia, degli insegnanti di Educazione fisica distaccati in Federazione»

Carisma

«Alla fine degli anni 80 mi richiamò al Cus a Tor di Quinto - continua Pacini - Il vivaio doveva essere ricostruito da zero e lui propose a me e ad altri, appunto studenti universitari, una missione folle e meravigliosa: allenarsi, giocare, studiare e, la mattina, andare nelle scuole romane a portare il rugby. Travolti dal suo carisma non si poteva dirgli di “no”. Il rugby italiano, a cominciare da quello di Roma, gli deve tutt’ora tantissimo». 

Le Frattocchie

Ascantini ha iniziato ad allenare nel 1960 e non ha più smesso, innovando il movimento con il Rugby Educativo e con il Rugby nella Scuola. E il Minirugby, insegnato ai tecnici nella sua rivoluzionaria scuola allestita alle Frattocchie, a pochi passi da un’altra scuola che richiedeva ugualmente fede e passione. Tutt'ora gli allenatori usano "griglie" e schemi importati da Ascantini da Galles e Francia e adattati agli scenari italiani.

Difficile immaginare qualcuno che abbia fatto più di lui per la diffusione del rugby in Italia, a meno di non scomodare numi internazionali quali i francesi Pierre Villepreux o Georges Coste.

Era diventato insegnante di Educazione fisica e durante le lezioni all'Isef era normale che lui, studente, salisse in cattedra per insegnare il rugby che nei primi anni Cinquanta cercava faticosamente di farsi strada fra gol e canestri. Difficile nelle scuole insegnare a placcare senza prati, ancora oggi un lusso, ma lui ci riusciva anche sui precari pavimenti di linoleum delle palestre. E si fa fatica a immaginare un club italiano che il professore non avesse prima o poi visitato per portare il verbo del rugby.

Monumentale la sua competenza di ogni aspetto del rugby, trascinante la sua passione nel trasmettere ogni elemento del mondo in cui si era fatto notare fin da ragazzo con la maglia da pilone (fisico asciutto, molto mobile, ottime mani) della Partenope Napoli con cui vinse gli scudetti nel 1965 e nel 1966, vetta di 18 stagioni. Scudetti celebrati persino da Walter Molino in una copertina della Domenica del Corriere. A Napoli si era già messo in luce nel campionato studentesco nella squadra del Liceo Classico “Genovesi”.

Non si perdeva una partita, che fosse un test match oppure una partita della giovanile di questo o quel club: ieri, domenica, era come sempre in via Flaminia sulla tribuna dell'Unione rugby capitolina per il match contro il Perugia (Serie A, in realtà adesso la terza serie): e alla fine, come al solito, tanti in fila per salutarlo o chiedergli un commento che non negava mai aggiungendo sempre un sorriso. Nella notte  l'infarto che l'ha portato via. Anche il figlio Alessio è stato tecnico all'Urc in cui ha giocato il nipote Francesco.

Mancheranno a tutti quei commenti e quei sorrisi. Mancherà chiedergli un consiglio o una valutazione che non era mai solo tecnica, ma anche storica e umanistica.

Originario di Fragneto Monforte (Benevento), aveva maturato fin da giovanissimo la voglia di conoscere la storia e l'essenza del rugby guadagnando la fiducia di maestri quali il gallese  Roy Bish e il francese Pierre Villepreux. Era stato vice allenatore della nazionale, ma amava raccontare l'impresa del 1980 di portare e mantenere in serie A il "suo" Benevento.

Il movimento italiano gli deve il decisivo sviluppo del minirugby che allargò finalmente la base dei praticanti e la formazione di generazioni di allenatori. Ha allenato anche a San Donà, Calvisano, Lyons Piacenza e Arezzo. A San Donà e a Benevento, ci scommettiamo, gli faranno una statua. Meritata.

Nel Lazio aveva allenato il Viterbo e, per tre stagioni dal 1989 al 1992, il Cus Roma (A1 e A2) di cui ricostruì il vivaio inviando missionari (gli stessi giocatori) nelle scuole romane: una rivoluzione i cui frutti durano ancora oggi. Incalcolabile l'eredità che ha lasciato in ogni club nella formazione dei tecnici e dei dirigenti. Gli anglosassoni la chiamerebbero Legacy. 

E' stato ai vertici delle commissioni tecniche di Campania, Lazio e Lombardia e commissario tecnico delle nazionali Under 15, 17 e 19 (amava ricordare di avere allenato in quegli anni anche il pilone e futuro cronista Giuseppe D'Avanzo che pianse al funerale a Roma nel 2011). E poi l'illuminante esperienza quale vice del ct Pierre Villepreux, uno dei quattro evangelisti del rugby mondiale, che Ascantini aveva voluto in Italia e con il quale accompagnò nel 1980 la nazionale nel tour nel sud del Pacifico durante il quale l'Italia affrontò  anche gli All Blacks (Junior) per la prima volta fuori dall'Italia. 

Lascia la moglie Angela e i figli Alessio, Carmen e Francesca. Il funerale sarà celebrato oggi (22 febbraio) alle 14.30 alla chiesa Sant Andrea in via Cassia 732.

La Federazione Italiana Rugby farà rispettare un minuto di silenzio sui campi di tutta Italia. Chiesto inoltre di giocare con il lutto al braccio durante Irlanda-Francia nel Sei Nazioni il 27 febbraio a Dublino.

Da rileggere il libro di Antonio Falda, "Franco come il rugby" (Absolutely Free editore) sulle cui pagine Ascantini viene raccontato da 46 personaggi del rugby italiano e internazionale.  

Paolo Ricci Bitti

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