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Del Vecchio, ai funerali una folla di cinquemila persone. «Grazie presidente, sei il nostro orgoglio»

Fila infinita per abbracciare i figli. Il vescovo: «Da un granello di senape la pianta più alta»

Del Vecchio, ai funerali una folla di cinquemila persone. «Grazie presidente, sei il nostro orgoglio»
di Mario Ajello
7 Minuti di Lettura
Venerdì 1 Luglio 2022, 00:13 - Ultimo aggiornamento: 14:40

Non un funerale di Stato, e se lo sarebbe meritato, ma una grande rappresentazione dell’attaccamento di un italiano globale alle sue radici e al nostro Paese che ha avuto in Leonardo Del Vecchio un protagonista raro e un motivo d’orgoglio per tutti. Siamo ad Agordo, tra le valli dolomitiche, nel PalaLuxottica pieno di 5mila persone. Impossibile contenerne altre. Così, chi fra i lavoratori del gruppo ha voluto seguire le raccomandazioni dell’azienda - non cercando posto nel Palaluxottica, che si sarebbe subito esaurito - si è recato alla consueta sede di lavoro, per un giorno convertita in una sorta di “tempio”, con maxischermi collegati alla celebrazione di Agordo. È accaduto, oltre che nell’impianto principale, anche a Cencenighe e Sedico, nel Bellunese, e a Pederobba, in provincia di Treviso. Macchine e linee ferme per tutte le otto ore, e nessuna ricaduta sulla busta paga: nessuna sorpresa, è nello stile della casa.

BUS ED ELICOTTERI

A sinistra della bara dell’imprenditore scomparso a 87 anni, il cui cuore ha sempre battuto in questo pezzo di Nord Est periferico e diventato centrale grazie a lui, ecco i dirigenti del gruppo industriale capace di unire attraverso gli occhiali Agordo e Wall Street. Hanno tutti la mascherina nera, sia loro sia tutti gli altri: gli operai in maglietta blu aziendale, spesso giovanissimi, i banchieri, i grandi imprenditori, il top dell’Italia produttiva. Ci sono quelli arrivati in elicottero e quelli che hanno preso l’autobus, come Gino, uno dei vecchi portinai della fabbrica che filosofeggia e in un certo senso spera: «Nulla passa mai veramente».

Ed è una cerimonia per certi versi laica, dove i valori dell’impegno professionale, del sacrificio, della riconoscenza, si mescolano alle musiche sacre, alle letture religiose, alle lacrime e alle preghiere. C’è una suora che dispensa carezze tra la gente e anche lei parla di lavoro: «Qui si celebra la religione del fare che è una forma suprema dello spirito». C’è la fila per abbracciare i figli, e uno di loro, Claudio Del Vecchio, ex proprietario della catena Brooks Brothers, cerca di consolare chi prova a consolare lui, compreso il bellunese Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento che è veneto, da sempre vicino alla famiglia. E a proposito: manca la presenza della politica in questo saluto a Del Vecchio ed è un omaggio, questa assenza, alla natura della vicenda imprenditoriale del patron di Luxottica che si è mosso sempre al di fuori dei Palazzi, senza aiuti di Stato, in una dimensione poco italiana nella quale il merito e l’eccellenza potevano prescindere dalle protezioni.

VECCHIE FOTO

Quelli arrivati in elicottero e quelli venuti a piedi o con i bus, portando i propri anziani e i propri bambini - e anche vecchie foto in cui Leonardo prende il caffè e motteggia con gli anziani al bar Centrale del paese e «aiutava tutti» - sembrano condividere senza distinzioni il senso di questa giornata: cordoglio e interclassismo.
Chi produce lavorando nelle officine della fabbrica, e chi produce viaggiando per il mondo, disegnando strategie, stipulando joint venture, si ritrova fianco a fianco in questa immensa sala perché li unisce la concezione non conflittuale ma iper-collaborativa che Del Vecchio aveva dello sviluppo.
“Grazie Presidente”, c’è scritto su uno striscione all’ingresso. Semplice, sobrio, ma potente, proprio come era l’anziano patrono, che era stato un piccolo orfano capace di diventare un top player ossequiato in tutto il mondo. E dentro il PalaLuxottica, tra le maestranze della fabbrica, si sentono voci così: «È come se fosse morto mio padre». «Sì, voi eravate la sua famiglia e dall’aldilà continuerà a darvi consigli», dice rivolta ai dipendenti la moglie di Leonardo, Nicoletta Zampillo. 

Le esequie raccontano che cosa è stato quest’uomo nella storia nazionale e nella terra da cui è partito per conquistare il mondo con la forza delle sue creazioni. Un funerale che descrive, senza retorica, il modello aziendale e di vita di Del Vecchio: semplicità, efficienza e pace. E c’è un universo ampio e minuto, uno spaccato d’Italia sana che si raccoglie intorno alle parole del vescovo di Belluno, Renato Marangoni che definisce il caro estinto «un granello di senape, diventato la pianta più grande». È la parabola di vita che nelle parole commosse del prelato diventa «la parabola dell’occhiale»: un tributo meritato.

 

FASCIA TRICOLORE

Fasciato col tricolore, il sindaco di Agordo, Roberto Chissalè: «Con le miniere chiuse, alla metà del secolo scorso, fu grazie a lui che si tornò a lavorare». Lui che, milanese di famiglia d’origine pugliese, un’infanzia trascorso nelle severe stanze dell’orfanatrofio milanese Martinitt, arrivò qui sessanta anni fa a cavallo di una Lambretta perché aveva saputo che il Comune donava terreni a chiunque avesse deciso di aprire una propria attività. E adesso Agordo è sotto choc ma combattiva: «Noi andiamo avanti». «Noi esistiamo - dicono al bar “Il Portico” dove lo conoscevano tutti - perché esisteva lui. E grazie alla sua impresa esisteremo ancora». Rassicura tutti Luigi Francavilla, 85 anni, storico braccio destro di Del Vecchio, ora presidente onorario di Luxottica: «Non abbiate timore, ogni cosa andrà avanti come prima e gli stabilimenti continueranno a restare qui. E dove mai potremmo andare? Sulla luna, forse. Se si liberasse un posto lassù, beh... Luxottica sarebbe la prima ad arrivarci».

LA VILLETTA BIANCA

La scena della bara, dei fiori, del ricordo, è quasi di fronte alla fabbrica. Centinaia di maestranze in questo giorno di lutto cittadino seguono la cerimonia sui maxischermi montati in sala mensa e nel parcheggio, quasi inghiottita dallo stabilimento c’è la villetta bianca e molto semplice come la laboriosità di queste parti che è la casa in cui Del Vecchio ha vissuto a lungo. È lì che anche negli ultimi anni, quando da Montecarlo arrivava quassù per trascorrere qualche giorno, accoglieva gli amici e dalle finestre si godeva il viavai dei dirigenti, degli impiegati, degli operai: «Ma che bello spettacolo, questa gente mi dà forza», era solito ripetere con il suo sorriso largo. 

Del Vecchio, l'ultimo saluto: tutti in fila nella camera ardente. L'omaggio dei dipendenti

IMMAGINI DI UNA VITA

Ora, ai fianchi della bara, due schermi mandano in un sobrio bianco e nero le immagini di una vita che è stata straordinaria e perciò non ha bisogno di essere filmata con enfasi. Del Vecchio con Zuckerberg, il fondatore di Facebook; oppure lui che disegna gli occhiali e accarezza le sue creazioni; che riceve le lauree honoris causa; che viaggia, torna e riparte. Scene da cui trasuda la sicurezza di un colosso. 

Le esequie stanno finendo, la folla - seduta anche nei prati circostanti, appollaiata sulla collinette (c’è chi tiene un lenzuolo in cui c’è scritto “Ti abbiamo voluto bene”) - applaude la storia di quest’uomo. E ai suoi top manager, in partenza per lo più per Milano, piace citare tra le tante soprattutto queste parole di Del Vecchio: «Lo slogan “piccolo è bello” e una grande falsità. Dobbiamo sempre di più abbattere i muri e creare campioni economici prima nazionali e poi europei, per competere alla pari con i giganti mondiali». Era questa la sua ineccepibile idea d’Italia e non può restare chiusa dentro al feretro che sta andando via.

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