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Antonello Dose, 60 anni e Il ruggito del coniglio: «Scienza, Buddha e cuore, così ho sconfitto il tumore dopo tre anni di battaglie»

"La voce del “Ruggito del coniglio" si confessa nel giorno del 60esimo compleanno: «Sono sieropositivo dal ‘94 e l’ho scoperto facendo esami di routine: controllatevi»

Antonello Dose: «Scienza, Buddha e cuore: così ho sconfitto il tumore dopo tre anni di battaglie»
di Andrea Scarpa
6 Minuti di Lettura
Domenica 3 Luglio 2022, 10:09 - Ultimo aggiornamento: 6 Luglio, 19:00

Avvertenza N° 1 - Quando fra qualche secondo metterete a fuoco la storia personale di Antonello Dose non girate subito pagina perché sembra forte, lo è anche, ma in realtà è soprattutto uno straordinario omaggio alla vita.
Avvertenza N° 2 - Dose parla spesso di amore. Dice che il cuore fa sempre la differenza, risolve tutto, è l'unico motivo per fare questo e quello. All'inizio sembra un po' naif, alla fine viene solo da dargli ragione.
Origini friulane (è nato a Palmanova), romano da una vita, Dose venerdì ha condotto l'ultima puntata del popolarissimo Ruggito del coniglio, lo storico programma di Rai Radio2 che conduce da 27 anni con l'amico e collega Marco Presta, e ieri ha compiuto sessant'anni.

Ha fatto una gran festa?
«Avrei tanto voluto, ma fa troppo caldo e ho troppi amici vaccinati che hanno preso il Covid. Ce la spasseremo più avanti».


Avrebbe festeggiato anche i cinque anni di matrimonio?
«Certo. Chiamiamola unione civile, però (celebrata a Roma il 24 giugno 2017 con Fabrizio Morgan, ndr), altrimenti chissà il leghista Pillon che dice. Comunque farei festa ogni giorno».


Che vuol dire?
«Negli ultimi tre anni ho combattuto contro un tumore. Adesso sto bene, le ultime analisi sono ottime e dovrei avercela fatta. Non ne ho parlato prima per tutelare i miei genitori, ma ora papà non c'è più e mia madre, anche se lo venisse a sapere, dimenticherebbe tutto dopo cinque minuti».


Come se n'è accorto?
«Per caso, durante uno dei tanti controlli che faccio per via della sieropositività all'Hiv che ho dal 1994. Ho deciso di farmi operare subito e poi di sottopormi a radioterapia».


Con La rivoluzione del coniglio nel 2017 ha parlato per la prima volta della sua sieropositività. Prima che uscisse il libro l'ha detto anche a Marco Presta, che non lo sapeva: come ha reagito?
«Siamo amici. Mi ha abbracciato e ha subito capito. Negli Anni 90 parlare di aids era molto difficile, nel 2017 no. Dirlo mi avrebbe messo nella condizione di ricordare il problema in ogni momento. E già io facevo abbastanza: non ho mai preso in braccio i miei nipoti né i figli di Marco. Non li ho mai toccati. All'epoca non si sapeva nulla e si diceva di tutto, quindi ho fatto un passo indietro. Non è stato semplice».


Come ce l'ha fatta?
«Con il cuore e la pratica buddhista, la mia tavola da surf per affrontare le onde della vita. Non pensavo di sopravvivere così a lungo, la media all'epoca era di 3-4 anni. Non c'erano medicinali, ma solo funerali a cui partecipare. Mi ha sostenuto l'aiuto dato agli amici. Dare senza chiedere nulla mi ha fatto avere tantissimo».


La sua non è una famiglia cattolica?
«Sì, credente e praticante. Papà è cresciuto in seminario, si è laureato il teologia, è stato ministro dell'eucarestia. Mamma, maestra d'asilo, è stata presidentessa dell'Azione Cattolica del paese. I miei sono un esempio, ci hanno sempre messo il cuore, che per me è tutto. L'arma assoluta per farcela anche adesso e base della mia fortuna professionale. Sono la semplicità e il cuore a fare del Ruggito un caso. A settembre partirà la 28esima edizione, e né io né Marco abbiamo mai avuto una tessera di partito».


Appunto. Come si sopravvive tutto questo tempo in Rai senza appoggi politici?
«Non lo so. Con senso del dovere, professionalità, passione. Marco è un fuoriclasse e se io e lui non siamo contenti del risultato, non molliamo. Siamo artigiani e scriviamo e proviamo ogni virgola».

Hanno cercato di mettervi una casacca politica?
«Sì, certo. Tutti. Ma avendo sempre rifiutato, questo forse ci ha prolungato la vita».


Siete mai stati a un passo dallo scioglimento?
«Abbiamo avuto le nostre crisi, ma siamo come due fratelli e le abbiamo sempre superate tenendo separate le nostre vite. Siamo diversi ma complementari. Fra noi c'è una relazione karmica».


Perché con la tv, dopo le tre stagioni su Rai3 di Dove osano le quaglie, non siete andati avanti?
«Io all'epoca non stavo bene di salute, Marco come autore l'ha fatto. Il Ruggito, però, richiedeva tutto il nostro tempo».


Ha un progetto che prima o poi vorrebbe realizzare?
«Ne ho tanti, ma non ne parlo perché nel mondo dello spettacolo sparisce tutto. Tanti anni fa a me e Marco rubarono tre programmi. Li fecero proprio identici, con le stesse rubriche. Quando andammo a lamentarci con il produttore quello ci disse che quelle idee erano nell'aria... Imparammo la lezione. E capimmo l'aria che tira».

Gli incontri importanti quali sono stati?
«Eugenio Barba, per il teatro. Enrico Vaime, per la scrittura. E il mio maestro Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai giapponese, 95 anni. Grazie a lui ho capito che ogni problema, affrontato come si deve, è una possibilità».


La sieropositività, allora, che cosa le ha dato di buono?
«Mi ha insegnato che gli altri sono un bene prezioso. E che la vita è fragile e merita di essere vissuta con gioia. Ed è meglio non rimandare le cose. Ami qualcuno? Diglielo adesso. Il futuro è sempre incerto, anche se può essere sorprendente».


La sorpresa più grande?
«Mai avrei pensato da timido e impacciato quale sono di fare un programma in diretta. Poi nel 2016 ho avuto un'emorragia polmonare e stavo per morire. Lì ho sentito la forza di tanta gente che pregava per me. È stato bellissimo. Ecco perché dico che il cuore può fare ogni cosa. Dal russo al politico corrotto ce l'hanno tutti, anche il patriarca russo Kirill, il presidente brasiliano Bolsonaro e i tanti nemici dei gay. Lo usassero».


Giorgia Meloni come la vede?
«La rispetto, ovviamente, ma detesto chi fa politica cercando sempre un nemico. Ho tanti amici gay o monogenitori che stanno allevando benissimo figli nati in maniera non convenzionale. Perché deve offenderli con le sue urla? Deve esserci qualcosa di personale, mi sembra che creda davvero a quello che dice. Sembra posseduta. Mi ricorda l'Esorcista».


È vero che da buddista, gay e sposato è stato ricevuto in udienza da papa Francesco?
«Sì. Cinque anni fa tutti i vincitori del Premio Agnes, fra cui io e Marco Presta, fummo invitati con i rispettivi partner in Vaticano dal Papa. Io feci presente la mia situazione e dopo giorni di silenzio, risposero che non c'erano problemi. Francesco disse cose importanti: Chi sono io per condannare i gay? Da allora prego anche per lui».


L'aids è percepito come problema risolto?
«Purtroppo sì. C'è molta ignoranza in giro. Lo Stato dovrebbe informare i giovani».


La rinuncia più grande che ha fatto finora qual è stata?
«Non mi sono goduto la gioventù. E ora sessant'anni non me li sento proprio. Continuerò a fare Peter Pan, rischiando di diventare un vecchio pazzo, o un vecchio porco (ride, ndr)».


Oggi cosa la spaventa di più?
«Il dolore fisico più della morte. Devo dire, però, che questi trent'anni da sieropositivo (fu contagiato da un rapporto occasionale con un seminarista, ndr) alla fine sono passati abbastanza bene. Il corpo, se usato bene, è una macchina perfetta. Ora infatti vorrei tornare a occuparmi del mio girovita... e della mia scuola».


Quale scuola?
«Tre anni fa ho acquistato l'appartamento della mia vicina per farne un luogo di incontro buddista. Poi è arrivata la pandemia: finora ho pagato solo l'Imu».
 

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