All Blacks, Paolo Sorrentino e il nipote di Don Camillo in attesa della sfida all'Italia sabato all'Olimpico

Sabato 6 novembre alle 14 all'Olimpico il test match fra Italia e Nuova Zelanda

Paolo Sorrentino, il nipote di Don Camillo gli All Blacks del rugby in attesa della sfida all'Italia all'Olimpico
di Paolo Ricci Bitti
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Giovedì 4 Novembre 2021, 02:29 - Ultimo aggiornamento: 5 Novembre, 00:58

Chissà se Paolo Sorrentino sa di recitare in Nuova Zelanda in un cameo sul set di "Au coeur de la fougère" (Nel cuore della Felce) insieme al nipote di Don Camillo, Vincent Fernandel, attore e figlio del cantante Frank a sua volta figlio del compianto Fernand Contandin, detto Fernandel?

Il regista napoletano premio Oscar sbuca - molto a sorpresa - agli antipodi dell'Italia nelle favolose vallate che hanno già ospitato la troupe del Signore degli Anelli: siamo sulla strada che porta da Qeenstown a Christchurch, nell'isola del Sud del paese degli All Blacks che, giusto per ricordarlo, sabato 6 novembre sono attesi per impartire l'ennesima, severissima, entusiasmante lezione di rugby agli azzurri del neocapitano Michele Lamaro sul prato dell'Olimpico di Roma.

Italia-All Blacks sabato 6 novembre alle 14 all'Olimpico di Roma 

A evocare Sorrentino, nella scena girata all'alba di un giorno nebbioso come può capitare in novembre sugli argini guareschiani del Po, è appunto Vincent Fernandel, il nipote di Don Camillo, che sta parlando dell'affetto per il cinema, per il rugby e per il misticismo di cui è ammantato ogni scorcio della Nuova Zelanda e anche ognuno dei campioni che la rappresentano, a cominciare dagli imbattibili All Blacks, la squadra più forte di tutti i tempi e di tutti gli sport, la squadra che dalla fine dell'Ottocento incarna l'identità e l'anima della nazione.   

Per essere precisi, ci troviamo a pagina 36 della sceneggiatura "Nel cuore della Felce", forse il più bel libro di sempre che racconta della Nuova Zelanda e dei suoi mille millenari miti ai quali si è aggiunto di recente quello di prima nazione ufficialmente Covid free. Per ora "Au coeur de la fougère" (editore Au vent des Iles, 2020) è insomma un libro di vastissimi orizzonti, ideato, scritto e anche stampato (in Italia da Lego) in grande formato con il fine di trasformarsi presto in un film.

Un libro trascinante nel testo e meraviglioso nelle fotografie scattate da Ian Borthwick, giornalista neozelandese con cittadinanza francese che nei primi anni Ottanta terminò gli studi al Liceo di Christchurch con qualche progetto in testa. Il preside, Graham Henry, gli aveva consigliato di insistere sia con la Letteratura sia con il rugby perché Ian se la cavava bene nella prosa e nel ruolo di estremo. Non doveva essere un cattivo consiglio perché quel preside poi divenne il ct degli All Blacks campioni del mondo nel 2011 e pure dei Lions. E inoltre il Christchurch Boys High School ha una lista lunga così di illustri ex studenti diventati tutti neri: Mehrtens, Carter, Retallick, Lienert-Brown e anche l'astro nascente Will Jordan.

 

Ma il giovane estremo Ian aveva altre idee: debuttare nella vita e nella professione da reporter raccontando il suo viaggio di 20mila chilometri dalla Nuova Zelanda a Parigi compiuto non in aereo - che banalità - ma in autostop.

Nelle redazioni parigine (da L'Equipe a Liberation a Le Monde), negli studi radiotelevisi e nelle case editrici francesi non ci misero molto ad accorgersi di lui.  Ed è stato lui a progettare il libro-film "Nel cuore della Felce" coinvolgendo l'attore Vincent Fernandel, 38 anni,  nel lungo viaggio per aiutarlo a scoprire anche per noi pakea ("bianchi occidentali") lo spirito e gli spiriti di Aotearoa, la "Terra della lunga nuvola bianca", come la battezzarono i Maori che per primi colonizzarono la futura Nuova Zelanda dopo avere attraversato il Pacifico sulle esili piroghe a bilanciere.

Lo schema è questo: Ian Borthwick, che sa tutto, ma proprio tutto, della Nuova Zelanda e degli All Blacks, torna a rivivere le radici della sua famiglia e i riti ancestrali della sua terra accompagnando al tempo stesso un tipo eclettico, curioso e brillante come Vincent Fernandel in uno scenario che al giovane attore francese è completamente ignoto. Lo stupore del giovane attore francese, pagina dopo pagina, frase dopo frase, foto dopo foto, diventa il nostro, che siamo stati o che non siamo stati in Nuova Zelanda, che amiano o che non conosciamo gli All Blacks.

Uno stupore esaltante, che ferma il respiro, che non si dimentica più, anche perché, tra le millanta storie distillate nel libro ce ne sono di quelle che riguardano la nostra, di Storia. Erano All Blacks anche George Hart e Jack Harris, due dei 2.500 ragazzi neozelandesi che morirono per liberare l'Italia dai Nazisti. Sono sepolti a Montecassino, un nome che nella giovane storia neozelandese è inciso sul marmo, senza contare i tanti bambini che ad Auckland e dintorni vennero e vengono chiamati "Monty" per onorare quei caduti e pure i 6.500 feriti Kiwis della campagna d'Italia. Cifre impressionanti per una nazione che negli anni 40 contava poco più di un milione e mezzo di abitanti tra i quali vennero scelti  quei soldati mandati a combattere dall'altra parte del mondo.

Furono quei soldati, dalla Sicilia a Trieste, a inscenare per la prima volta in Italia l'Haka, la danza di guerra, non prima delle tante partite di rugby che pure giocarono nelle retrovie durante le tregue (con inglesi, gallesi, australiani e sudafricani regolarmente sconfitti), ma per onorare di volta in volta i loro caduti. Lo stesso padre di Ian, il sergente Basil Borthwick, catturato dall'Afrika Korps in Libia, fu tenuto prigioniero in Italia nei Campi 52 (Rapallo) e 57 (Gruppignano, Udine) prima di essere deportato in Germania. 

Una storia dopo l'altra durante i 4.500 chilometri del viaggio-pellegrinaggio nel paese vasto come l'Italia ma con appena 4,5 milioni di abitanti (e 60 milioni di pecore): le tappe di mito in mito seguendo la meticolosa rotta tracciata da Borthwick per Fernandel che arriva a ribattezzare l'amico "Kiwipedia", tanto è vasta e approfondita la sua conoscenza della Nuova Zelanda.

E allora ecco l'incontro con Sir Brian Lochore, l'All Black per eccellenza, che nel frattempo ha passato la palla, e la salita ai santuari maori del monte Hikurangi accompagnati dalla guida (appunto) Monty, dalla visita a Dan Carter, l'infallibile mediano di apertura due volte campione del mondo alla preghiera nella chiesa anglicana di Saint Mary di Tikitiki, recitata davanti alla parete che reca incisi i nomi dei caduti nelle battaglie fra le trincee della Prima Guerra Mondiale dove morirono anche 13 All Blacks a cominciare da David Gallagher, il capitano con la maglia tutta nera e con la divisa.

E ancora - continua a raccontare Vincent Fernandel - un caffé con Sir Michael Jones, il più forte flanker di tutti i tempi che non giocò mai di domenica e infine un fiore sulla tomba di George Nepia, la prima superstar del rugby mondiale, asso della nazionale degli Invincibili. E poi in cammino con Maria, della tribù Ngà Pui, guida dei "sentieri che sussurano" a Kaikohe. Oppure in silenzio, attoniti, la nuca piegata indietro a 90 gradi per scorgere la cima del Signore della Foresta, “Tane Mahuta”, l'albero Kauri di duemila anni alto sessanta metri, superstite delle scorrerie degli ex dominatori britannici con quel legno fatato e inscalfibile hanno costruito le loro flotte imperiali. 

Quando si chiude infine l'ultima pagina (la 186a) è come se si spegnesse una luce nella stanza, tanto si è restati abbagliati da quei racconti e da quelle immagini che ti hanno fatto assorbire uno dei paesi più affascinanti e misteriosi del mondo. Che ti hanno fatto capire perché gli All Blacks sono da sempre e sempre saranno invincibili miti inavvicinabili dai campioni di ogni altro sport.  

Ah, ma poi che cosa c'entra Paolo Sorrentino, premio Oscar con la "Grande Bellezza" e in corsa per la candidatura ad un'altra statuetta dorata anche con il già arcipremiato "E' stata la mano di Dio"? Che cosa c'entra il regista napoletano con la Nuova Zelanda e con gli All Blacks? C'entra perché Sorrentino ha diretto un corto in bianco e nero che non è stato abbastanza distribuito nei paesi anglosassoni, quello in cui il rugby è architrave dei sistemi scolastico-educativi, e in Francia. Ma poteva sfuggire a Ian Borthwick quel capolavoro in sedicesimi che è "La partita lenta" realizzato nel 2014 per Banca Intesa Sanpaolo? No, non poteva. E per fare capire il rugby al nipote di Don Camillo, che già ammirava profondamente il regista campano, glielo ha fatto vedere.

Così Vincent Fernandel, sulla strada della conversione alla mistica della Nuova Zelanda, fra Queenstown e Christchurch, confessa all'erudita guida "che comincia ad amare il paese degli All Blacks tanto quanto i film di Paolo Sorrentino".

Paolo Ricci Bitti 

Sir Brian Lachore e Ian Borthwick

 

 

 

Da sinistra Ian Borthwick, l'All Black Dan Carter e Vincent Fernandel

 

 

 

LA PARTITA LENTA by PAOLO SORRENTINO from FILM CONTENT on Vimeo.

 

 

 

 

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