Alex, il giudice: «La mamma non poteva stare sola con lui»

Alex, il giudice: «La mamma non poteva stare sola con lui»
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Mercoledì 6 Ottobre 2021, 05:01

IL DRAMMA
Katalina Erzsebet Bradacs avrebbe potuto vedere il figlio Alex solo sei ore. Al mese. E non da sola. È quello che aveva stabilito il tribunale centrale di Budapest lo scorso 20 settembre: una sentenza molto dura a favore di Norbert Juhasz, il padre del piccolo che per la procura di Perugia la stessa mamma ha ucciso con nove coltellate il primo ottobre.
Una sentenza che ha portato Katalina a prendere Alex, il passeggino, qualche giocattolo, pochi ricambi e una bella coperta bianca con gli animaletti e a scappare dall'Ungheria in Italia. Prima a Roma, poi a Chiusi per finire, dopo una mattinata di giri a piedi, in quella vecchia centrale Enel a Po' Bandino in cui - secondo il sostituto procuratore Manuela Comodi e i carabinieri di Città della Pieve - avrebbe ucciso il suo bambino di due anni nel modo più atroce.
Eppure, mentre dal carcere di Capanne grida la sua innocenza e spiega quanto amasse quel piccolo angelo biondo, era stata proprio lei a chiedere al tribunale di ottenere l'affidamento di Alex. Si spera per il tanto amore nei confronti del bambino e non per rabbia cieca verso l'ex. Che lei quindi denuncia e porta in aula. Dove, però, le cose non sono andate come sperava.
La sentenza del tribunale magiaro riporta prima di tutto il particolare, infatti, che la querelante fosse proprio Katalina e l'imputato Norbert Juhasz e poi ordina «con provvedimento provvisorio» di autorizzare «il padre imputato ad accudire e avere il diritto alla patria potestà, a favore del figlio Alex, nato il 5 maggio 2019, e ne stabilisce la residenza presso l'abitazione del padre in Budapest. Obbliga la querelante a consegnare il bambino - con il suo guardaroba e ogni altra sua cosa necessaria entro il giorno successivo al ricevimento dell'ordinanza». Il tribunale, insomma, «respinge la richiesta della querelante».
Ma il peggio per Katalina arriva nelle righe successive, in cui il giudice ha deciso come organizzare il suo futuro rapporto con il bambino. «La querelante si legge nella sentenza - ha diritto a intrattenere rapporti con il figlio Alex sotto la supervisione del personale addetto ogni venerdì pomeriggio delle settimane pari per tre ore dalle 13 alle 16, presso la struttura pubblica a questo scopo segnalata Hid Csalad es Gyermekjoleti Szolgalat (Servizio di benessere per bambini e famiglie, ndr) di Budapest». Una decisione durissima, ma probabilmente dovuta non solo alle condizioni di vita di Katalina quanto alla sua attitudine come madre e alla sua tenuta psicologica.
Sono le sue stesse amiche e colleghe a confermare tramite social come «Kati» non stesse bene. «Ho lavorato con lei in Austria nel 2016, circa. Ed era in uno stato schifoso già allora dice Lia -. È stata sotto cura psichiatrica per molti anni e vi chiedo che tipo di psichiatra è quello che ha detto che Kati fosse adatta ad avere figli». Eszti invece spiega come la 44enne ungherese le scrivesse molto ultimamente, parlando «sempre del bambino e del conflitto» con il papà. «Ma il ragazzino non è nato nel posto giusto», chiude accennando però anche all'audio in cui «sosteneva di voler versare benzina sul bambino». Ricordi e racconti pesanti per Katalina e per le accuse di omicidio volontario aggravato, confermate al momento dal gip Angela Avila che parla appunto di pericolosità sociale e dà forma ai sospetti degli inquirenti che il rapimento, la fuga e la morte del piccolo siano stati pianificati, anche dopo il rifiuto di Norbert di darle dei soldi il giorno prima delle coltellate tra collo e addome. Sferrate su quella bella copertina bianca con gli animaletti.
Egle Priolo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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