Operazione Scarface, intercettato a Rebibbia: così Romolo guidava il clan

Operazione Scarface, intercettato a Rebibbia: così Romolo guidava il clan
di Vittorio Buongiorno e Marco Cusumano
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Mercoledì 27 Ottobre 2021, 05:03 - Ultimo aggiornamento: 10:14

 E' il capo. Non importa che sia in carcere. Giuseppe Romolo Di Silvio sta scontando 25 anni quale esecutore materiale dell'omicidio di Fabio Buonamano, detto Bistecca, avvenuto nel gennaio 2010 in via Monte Lupone, al culmine della guerra criminale che sconvolse Latina. Per il delitto fu condannato a 20 anni anche il nipote, Costantino Di Silvio detto Patatone che tentò inutilmente di scagionare lo zio Romolo, probabilmente per proteggere il capo del clan.

IL DELITTO BUONAMANO

Il delitto Buonamano maturò nell'ambito di una feroce lotta tra gruppi criminali opposti per il controllo delle attività illecite. In poche ore si susseguirono tre fatti di sangue: il tentato omicidio di Carmine Ciarelli, raggiunto da sette proiettili davanti a un bar al Pantanaccio e poi miracolosamente sopravvissuto; l'omicidio di Massimiliano Moro, freddato in casa con un colpo alla nuca, e infine il delitto di Fabio Buonamano in via Monte Lupone. Bistecca fu ucciso con tre colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata alla testa, al collo e al torace. L'autopsia stabilì che il decesso fu immediato e che subito dopo l'autovettura degli assassini travolse il cadavere, trascinandolo a terra, per poi dileguarsi.
Il peso criminale di Romolo Di Silvio emerge dalle 313 pagine dell'ordinanza firmata dal gip Rosalba Liso. Lo dicono tutti. A cominciare dai pentiti. Dice Renato Pugliese: «Romolo punta sulla tradizione degli zingari, nel senso che durante la detenzione le decisioni spettano al primo figlio, poi al secondo e infine a Riccardo Mengozzi e anche a Fabio Di Stefano che ha sposato Angelina Di Silvio». Ma non ci sono solo Pugliese e Agostino Riccardo. Anche quelli arrivati dopo parlano del capo. «Romolo dopo la morte di Ferdinando il bello era diventato il capofamiglia, nel senso che ogni azione doveva essere autorizzata da lui», racconta agli inquirenti Maurizio Zuppardo nel novembre 2019. (pag.263). Il clan non si muove senza il suo consenso. «Per agire dovevano chiedergli il permesso i fratelli Costantino e Carmine, i figli di Ferdinando il bello, ossia Antonio Di Silvio detto Sapurò, Costantino Di Silvio detto patatone (detenuto per l'omicidio buonamano), i figli di Costantino detto il Cavallaro, il figlio di Carmine di Silvio che si chiama Costantino detto Cazzariello, i figli di Romolo, ossia Antonio detto Patatino e Ferdinando detto Prosciutto e il figlio di Patatone Fabio Di Stefano» riepiloga la gip riportando le dichiarazioni di Zuppardo. Sta in carcere da diversi anni e dà indicazioni

IL CAPO

Parla da capo. Quando cerca di contenere le intemperanze di Patatino. E quando dice ai figli e al genero quando usare le armi. «Quando tocchi quelle cose... ascoltami! Le devi toccare solo quando capisci che la persona sta venendo per ucciderti! Allora lo stesso io ti dico: a figlio mio, vatti a fare trent'anni...». Il figlio quasi lo irride, «si, mi devono mandare pure il telegramma». Il padre lo zittisce: «Siediti! Sto parlando, siediti! Già che fai sti scatti a me non mi piaci! Io sto parlando!». Morale: «vuole convincere Patatino (il figlio, ndr) a non girare armato - annota il gip - e ad evitare la guerra con altri clan».
E alla fine non usa mezzi termini: «Tu devi fare quello che dico io!». E «quando viene qualcuno devi sapere quello che devi dire e quello che ascolti». Invece al genero da indicazioni come gestire al meglio lo spaccio. «Devi tenere tutta la città in mano» gli dice, perché l'obiettivo dell'associazione «è conquistare sempre maggiore potere» annota la gip. E quando il genero gli fa presente in un colloquio intercettato a Rebibbia che non è facile mantenere certi standard delle vendite di droga visti i controlli pressanti delle forze dell'ordine . lui sbotta, «Ma sii un po' più uomo». E aggiunge: «Io per un anno ho portato avanti quattro famiglie... e stavo con il coso al piede». Non lo aveva fermato il braccialetto elettronico. E neppure il carcere.
Vittorio Buongiorno
Marco Cusumano
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