Operazione Scarface: il clan dalle cene alle auto di lusso, sempre con le estorsioni

Operazione Scarface: il clan dalle cene alle auto di lusso, sempre con le estorsioni
di Giovanni Del Giaccio
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Mercoledì 27 Ottobre 2021, 05:02 - Ultimo aggiornamento: 10:22

«Sono Costantino di Latina, aho... Di Silvio!». Lo dice alzando la voce, Costanzo, ed è solo uno degli innumerevoli episodi finiti con una estorsione e mai denunciati dalle vittime. Bastava il biglietto da visita del cognome: Di Silvio. E le porte erano spalancate, nei ristoranti o nei negozi, nei bar o se c'era da cedere un'automobile a un prezzo irrisorio che comunque non sarebbe mai stato pagato. Era il modo di agire del clan, per prendersi - attraverso la fama criminale - quello che voleva. Alcuni, tra le vittime, sentiti a verbale dalla polizia hanno ammesso di aver ceduto conoscendo la caratura del gruppo, altri hanno continuato a negare, ignorando che gli investigatori erano in possesso di pagine e pagine di intercettazioni telefoniche e ambientali.
Costanzo telefona a un noto ristorante di Anzio, prenota per i nipoti, dice che poi passerà a pagare. Il titolare gli fa presente che ci sono dei conti in sospeso, Di Silvio reagisce ricordando che con lui non c'è mai stato problema. Il ristoratore cede, i nipoti non pagheranno e Costanzo non passerà mai. Grazie alle dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo, emergono episodi analoghi sempre nello stesso locale e per un servizio di catering svolto per una cerimonia della famiglia o i soldi per pagare gli avvocati dopo gli arresti.

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Non va meglio quando si tratta di un prestito da recuperare, a tasso di usura, per il quale dal clan si muovono i giovani e vanno nel locale di Latina dove lavora il debitore, facendosi consegnare parte dei soldi da lui e parte dal titolare. Silenzio - fino all'arrivo della Polizia che chiede informazioni - in un ristorante al Lido di Latina dove i Di Silvio andavano, mangiavano e si alzavano senza pagare o lasciando quello che dicevano loro. Stesso discorso in un negozio di scarpe. Un barista di Nettuno, invece, ammetterà davanti agli investigatori di avere versato «circa 10.000 euro» nel corso degli anni, conoscendo chi fossero i soggetti e le loro mogli. Piccole somme per volta, altrimenti beni di consumo. Una frutteria del capoluogo ha consegnato centinaia di euro di merce, senza mai dire nulla, per quieto vivere.


Si rischia una nuova guerra dopo il sequestro di persona per estorcere denaro sottratto al clan, costringendo un uomo del gruppo rivale ad andare fino in banca. Vicenda che poi sarà risolta bonariamente. Ci sono anche i soldi per avere protezione personale, ad esempio, o quelli per i locali che provano a opporsi alla presenza di esponenti del gruppo che dicono chiaramente di essere lì per spacciare cocaina. Chi si oppone è minacciato e costretto a pagare.
Non mancano richieste di denaro - sempre in forza dell'essere membri del clan - per un incidente stradale simulato: «300 euro subito» se non si vogliono avere problemi. Il gruppo criminale convince un imprenditore a cederne una di grossa cilindrata per 12.000 euro, avvertendo che sarebbe stato inutile denunciare perché i Di Silvio sono talmente tanti che gliela avrebbero fatta pagare. Stesso discorso quando fermano e costringono a scendere dalla sua Range Rover un uomo, per far mettere al volante uno del clan che girerà per Latina in modo di far vedere di quale potenza fossero capaci.
Giovanni Del Giaccio
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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