Le armi pontine per la 'ndrangheta: due coinvolti tra Latina e Aprilia

Le armi pontine per la 'ndrangheta: due coinvolti tra Latina e Aprilia
di Laura Pesino
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Mercoledì 11 Maggio 2022, 10:34 - Ultimo aggiornamento: 16:11

Una ndrina locale che, dopo aver ricevuto un'investitura ufficiale dalla Calabria, si era insediata a Roma nel 2015 con un'autorizzazione a costituire una vera e propria struttura locale secondo le tradizioni tipiche della ndrangheta, in termini di reati, riti e linguaggi. I settori degli affari erano locali, bar, ristoranti e supermercati, commercio di olii esausti e poi il riciclaggio di ingenti somme di denaro. E' quello che emerge da un'indagine condotta dalla Dda di Roma e dalla Dia, coordinata dai procuratori Michele Prestipino e Ilaria Calò, che ieri ha portato a 43 arresti (38 in carcere e cinque ai domiciliari), alcuni dei quali eseguiti anche in provincia di Latina.

Tra le accuse contestate agli indagati, a vario titolo, ci sono associazione mafiosa, cessione e detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, estorsione aggravata, detenzione illegale di armi da fuoco, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità di agevolare la ndrangheta, e poi ancora riciclaggio, favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa.
Al vertice dell'organizzazione c'erano Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro, appartenenti entrambi a due storiche famiglie originarie di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria. Poi, uno stuolo di sodali con vari ruoli, professionisti (anche un bancario e un commercialista), prestanome. I tentacoli della cosca si erano allungati sulla Capitale ma il gruppo poteva operare anche nei territori limitrofi conosciuti, tanto a Roma dunque quanto a Guidonia, Latina e Aprilia. E naturalmente in Calabria.

Fra gli arrestati compare il nome di Francesco Condina, 41enne originario di Palmi e residente da anni ad Aprilia. Anche per Cosimo Rositano, 38enne, la Procura di Roma aveva chiesto l'arresto, ma il gip ha negato il provvedimento. Rositano resta quindi indagato. Anche lui nato a Palmi e residente a Latina. Al primo viene contestata anche l'associazione di stampo mafioso, per la sua stretta appartenenza al gruppo di vertice capeggiato da Antonio Carzo, che aveva compiti di decisione, pianificazione e individuazione dei delitti da compiere, degli obiettivi da perseguire e delle vittime da colpire, insieme a Vincenzo Alvaro, «un autentico punto di riferimento si legge nell'ordinanza - non solo per tutti gli affiliati ma anche per soggetti appartenenti ad altre cosche che volevano investire nella Capitale». Francesco Condina, che per inciso risulta percepire reddito dalla ditta Stradaioli Costruzioni Generali srl di Aprilia, è per il gip un «soggetto formalmente organico alla ndrangheta con una dote della cosiddetta Società Maggiore, perché fornisce un costante contributo per l'operatività dell'associazione, in esecuzione delle direttive impartite da Antonio Carzo.

In particolare, essendo organicamente inserito nel locale di Roma e avendo titolo per partecipare alle riunioni alle quali viene invitato, è a completa disposizione degli interessi del sodalizio e coopera con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo». Cosimo Rositano, indagato nell'inchiesta, invece viene accusato di detenzione illecita di armi comuni da sparo, tra cui una pistola 6,35, una calibro 8 e un fucile. Le armi erano offerte e vendute a Vincenzo Carzo e Francesco Calò, con incontri programmati che erano avvenuti proprio nella città di Latina, perché gli acquirenti potessero visionare personalmente le armi e sceglierle.

Dalle carte dell'ordinanza emerge anche il traffico relativo all'attività di recupero e smaltimento di olio esausto realizzato per mezzo della società Ormas, che si occupa anche del ritiro di sottoprodotti di origine animale e pelli grezze. A Roma Alvaro imponeva a diversi ristoratori romani il ritiro dell'olio esausto senza alcun corrispettivo. A un certo punto però le fratture con gli intermediari dell'affare diventano insanabili e per la raccolta e lo smaltimento di olio i sodali di Vincenzo Alvaro decidono di rivolgersi alla ditta Ilsap di Latina, di Roberto Martena e del nipote Michele, pur utilizzando ancora a lungo il marchio Ormas e un mezzo della stessa ditta.

Nella nascita del nuovo rapporto commerciale con i Martena gli indagati fanno pesare la loro appartenenza a una prestigiosa famiglia mafiosa: «Diglielo a tuo padre che ti sei sentito con me, mi raccomando trattaci bene. Siamo tutti un gruppo. Dacci una mano che noi siamo gente che notiamo tutto» dice uno degli indagati, incassando l'assoluta disponibilità di Martena.
Laura Pesino
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