Il bar, le slot e l'interdittiva storie di infiltrazioni mafiose

Il bar, le slot e l'interdittiva storie di infiltrazioni mafiose
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Sabato 30 Ottobre 2021, 05:04

IL RETROSCENA
Un anonimo bar in via Bruxelles tradito dal tentativo di entrare legalmente nel settore delle slot machine. Quando Fabio Di Stefano, il Siciliano, il genero di Romolo Di Silvio presenta la domanda fa scattare quei controlli previsti dalla normativa che accendono i riflettori sulla sua attività. Il 12 luglio del 2020 l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli chiede alla Banca dati Nazionale Antimafia per ottenere il rilascio della certificazione antimafia, ovvero quel documento che attesti la mancanza di cause di decadenza, sospensione o divieto e di tentativi di infiltrazione mafiosa (secondo la legge 575), verso soggetti che vogliono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione. Il nome di Di Stefano fa accendere una luce rossa e vengono chiesti immediatamente chiarimenti, prima ai carabinieri, poi alla Divisione A ticrimine della Questura. Viente fuori «che nell'agosto 2010 è stato arrestato per estorsione, sequestro di persona, percosse, minacce di morte e lesioni gravi in concorso con altri esponenti del caln autoctono Di Silvio, di cui è un esponente, essendo tra l'altro cognato di Di Silvio Antonoo, detto Patatino, e genero di Di Silvio Giuseppe Romolo». Dalla banca dati emerge che nel 2013 la condanna per storsione e violenza privata è diventata «irrevocabile». Un'altra condanna è passata in giudicato l'anno successivo per estorsione, sequestro di persona e lesione. Negli anni successivi arriva il coinvolgimento in altre inchieste che hanno riguardato il clan, quella «a carico degli esponenti Di Silvio-De Rosa» del 2016 per rapina, estorsione, usura e spaccio di stupefacenti; e quella del 2020, l'Operazione Movida, che porta all'arresto di cinque esponenti del clan al termine dell'inchiesta della Dda e della Squadra Mobile di Latina. In quest'ultima è stata contestata anche l'aggravante del metodo mafioso. E' alla luce di ciò che la Prefettura di Latina notifica al titolare del bar Perlanera l'interdittiva antimafia visto che stato «possibile ricostruire un quadro indiziario di sicura rilevanza», e in considerazione del fatto «che i pregnanti precedenti penali», letti alla luce «del contesto socio criominale in cui lo stesso è pienamente inserito» e dell'ultima operazione Movida «valgano a ingenerare sospetti di condizionamento mafioso». E' il marzo di quest'anno. Di Stefano, assistito dall'avvocato Melegari ricorre al Tar perché nel frattempo anche il Comune di Latina è intervenuto «disponendo la revoca del titolo abiolitativo per somministrazione di alimenti e bevande». Il Tar respinge la richiesta di sospensiva, spiegando che «il ricorso non appare sorretto da evidenti elementi di fumus boni iuris, tenuto conto, da un lato, della natura di misura preventiva dell'interdittiva antimafia, come tale non ancorata all'accertamento di specifiche responsabilità penali del soggetto che ne è attinto, dall'altro, dell'articolato quadro indiziario evidenziato dalla Prefettura di Latina, che lascia presumere, alla stregua di valutazioni che non paiono abnormi o palesemente irragionevoli, la presenza di possibili infiltrazioni della criminalità organizzata tendenti a condizionare l'esercizio dell'attività di somministrazione di bevande e alimenti di cui è titolare il ricorrente».
Tra l'altro intercettato a Rebibbia ci pensa Gisueppe Romolo Di Silvio a spiegare di chi è davvero questo bar, dicendo al genero che il Perlanera (che, annotano gli inquirenti, è il soprannome della figlia sposata con Di Stefano) una volta uscito dal carcere, se lo sarebbe ripreso lui.
Vittorio Buongiorno
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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